di Lorenzo Carta

Milano, un “venerdì dei diritti” indetto dal Caim che molto ricorda gli ormai ben noti “venerdì della rabbia”, “della vittoria”, “del trionfo” organizzati dai sostenitori pro-Mursi in Egitto o da Hamas nei territori palestinesi. E’ questo ciò di cui necessitano i musulmani milanesi? Difficile crederlo.

Una retorica caratteristica dei Fratelli Musulmani e legata ad iniziative che molto, troppo spesso, finiscono per dirottare funzioni e cerimonie di stampo fideistico verso il politico, mettendo così in evidenza ancora una volta la difficoltà che certi gruppi islamisti hanno nello scindere la religione dalla politica.

Questa volta in realtà si è anche andato oltre, con un’emulazione che non soltanto mal si coniuga con la realtà dell’Islam italiano, ma anche con il resto delle comunità islamiche presenti sul territorio che non si riconoscono nell’ideologia e nel modus operandi di certi gruppi dell’Islam politico.

Il diritto di avere un adeguato luogo di culto è sacrosanto ma, come sottolineato anche da esponenti di altre comunità islamiche, non è chiaro per quale motivo il Caim, che include anche il plurinquisito  Centro Culturale Islamico di viale Jenner, dovrebbe essere favorito dalla Giunta comunale con la concessione di uno spazio pubblico, rispetto ad altre associazioni.

Una scelta responsabile e ponderata dovrebbe andare oltre l’aspetto finanziario, tra l’altro tutt’ora poco chiaro, valutando molto bene tutte le relative dinamiche, sia a livello interno che sul piano internazionale.

Bisogna inoltre tener presente che la proposta del Caim sembrerebbe non essere l’unica opzione visto che, oltre all’iniziale progetto di valorizzazione dei centri islamici presenti sul territorio (probabilmente la più sensata), ci sarebbe anche l’eventualità di una possibile moschea finanziata da Marocco e Giordania in zona Certosa.

Malcontento della comunità islamica e ambiguità del Caim

All’inizio di aprile una nostra inchiesta aveva già messo in evidenza il malcontento all’interno delle differenti organizzazioni islamiche milanesi per quanto riguarda la possibile concessione da parte del Comune di Milano dell’area pubblica del Palasharp, che dovrebbe essere abbattuto per costruire una moschea in tempo per l’Expo 2015.

Le comunità islamiche milanesi  non appartenenti al Caim sono numerose, alcune anche storiche, dai senegalesi ai marocchini, dalla Casa della Cultura Islamica alla Coreis e hanno già fatto notare al Comune che serve una soluzione inclusiva di tutte le realtà locali, come spiegato al Corriere della Sera da Abdeljabbar Moukrim, dell’associazione Al Qafila:

Non siamo contrari al progetto del Caim, è giusto dare valore a tutte le realtà presenti. Ma se parliamo di un progetto di moschea che deve nascere su suolo pubblico, nessuno può avere il diritto di parlare a nome di tutti i musulmani e il Comune non può intrattenere il dialogo con un solo interlocutore”. [1]

E’ importante tenere presente che negli stessi luoghi di culto, lo scorso Ramadan, si erano verificate forti tensioni soprattutto fra fedeli egiziani di opposta tendenza politica e proprio durante i riti comunitari. L’ultima cosa di cui Milano ha bisogno è di un luogo di culto politicizzato che non farebbe altro che creare ulteriori frizioni all’interno della comunità islamica milanese.

L’imam Yahya Pallavicini, vice-presidente della Coreis, aveva inoltre spiegato:

si teme che il Comune di Milano, sfruttando l’occasione di Expo 2015, conceda la gestione dello spazio di preghiera a una sola fazione islamica, con una scelta non condivisa, che favorirebbe la nascita di un potentato, vicino a qualche paese islamico e a qualche movimento politico-religioso. Fra i musulmani c’è il timore che alcuni partiti islamici vogliano questa unica grande moschea per imporre il proprio potere”. [2] [3]

Il 27 marzo scorso inoltre una lettera pubblicata su Yalla Italia, un blog delle seconde generazioni, aveva pesantemente smentito il coordinatore del Caim, Davide Piccardo, che aveva pubblicamente dichiarato durante un’intervista a TG3 Regione che il Caim non era legato ai Fratelli Musulmani e che non aveva mai preso posizione su questioni di politica estera:

“….noi non siamo vicini ai Fratelli Musulmani. Il Caim è una realtà che rappresenta una grande eterogeneità, ci sono posizioni molto diverse all’interno. Il Caim non si è mai espresso su vicende che riguardano la politica estera”. [4]

Al di là del fatto che il Caim era già finito al centro di numerose polemiche per la sua vicinanza all’organizzazione dei Fratelli Musulmani (è ormai ben noto come diversi membri del Coordinamento siano stati immortalati in più occasioni a capo di manifestazioni a favore di Mursi), Yalla Italia ha pubblicato diverse prove sui legami tra il Coordinamento e ambienti vicini alla Fratellanza ed anche un volantino di una manifestazione a favore di Mursi, con la sigla Caim.

Scrive Yalla Italia:

Nella locandina della manifestazione del 31 agosto organizzato dal Comitato Libertà e Democrazia potremo trovare i rappresentanti di molte delle associazioni islamiche vicine alla Fratellanza, e a questo punto non troviamo più una vicinanza a livello personale come hanno dichiarato, ma in rappresentanza delle associazioni di cui fanno parte”.  [5]

A questo punto bisognerebbe chiedere a Davide Piccardo per quale motivo ha dichiarato al TG3 Regione che il Caim non è vicino ai Fratelli Musulmani e non ha mai preso posizione su questioni di politica estera, visto che i fatti sembrano dire ben altro.

Problemi di rappresentanza

Vi è poi il caso di del Centro Culturale Islamico di viale Jenner, altro diretto interessato per quanto riguarda il Palasharp; come illustra il prof. Paolo Branca, islamologo, docente di Lingua e Letteratura Araba all’Università Cattolica di Milano e membro di tutte le consulte sull’Islam create dai vari governi che si sono succeduti negli ultimi anni in Italia :

“…non si tratta di un centro che si sia proprio distinto per l’integrazione e l’apertura dialogica nei confronti della città e delle altre religioni e che ha visto condannato a oltre tre anni di carcere uno dei suoi ultimi imam, di recente scarcerato ed espulso dall’Italia”. [6]

Anche per quanto riguarda il discorso rappresentanza le ambiguità non mancano; lo scorso 13 marzo Zita Dazzi aveva scritto sulla Repubblica:

Piccardo parla con molta sicurezza, a nome di una trentina di associazioni e come esponente di quelle seconde generazioni degli immigrati che rivendicano un ruolo di interlocutori verso la pubblica amministrazione”. [7]

Peccato che sul sito del Caim, in data 11 aprile, ne siano elencate soltanto diciassette, con il GMI che viene diviso in sezione di Monza e di Milano, venendo così contata due volte; che si siano dimenticati di aggiornare il sito?

Un’ulteriore ambiguità riguarda i fondi, su cui non è ancora chiara la provenienza, come illustrato da Pallavicini: “non è chiaro né chi finanzierà l’opera né da chi sarà gestita”. [8]

Si è parlato di finanziamenti da parte di paesi del Golfo e di una possibile tassazione dei fedeli milanesi, ma i dettagli non sono ancora chiari; cosa non da poco visto e considerato che si tratta di un progetto del valore di 10 milioni di euro.

La delicata situazione internazionale

Ci sono poi delicate questioni legate alla politica internazionale; il Qatar (paese dal quale potrebbero arrivare i fondi) è isolato dagli altri paesi del Golfo in quanto principale sponsor dei Fratelli Musulmani, messi al bando in Egitto e considerati organizzazione terrorista in Arabia Saudita. A due mesi dalle elezioni egiziane è uscita su al-Arabiya un’inquietante dichiarazione del leader della Fratellanza a Londra, Ibrahim Mounir: “non ci sarà ne stabilità e né sicurezza se al-Sisi vincerà le elezioni”.

In un’intervista al Times pubblicata la scorsa domenica, lo stesso Mounir  ha commentato l’annuncio del premier David Cameron dell’apertura di un’indagine sulle attività del gruppo islamista nel paese, per valutare se essere il primo paese europeo a mettere al bando la Fratellanza (che continua ad essere un’organizzazione la cui appartenenza, ad esclusione dei leader, è segreta); Mounir ha dichiarato:

se ciò dovesse accadere (la messa al bando), porterebbe molte persone all’interno delle comunità islamiche a pensare che i valori pacifici dei Fratelli Musulmani non hanno funzionato visto che sono ora designati come organizzazione terrorista; a questo punto le porte sarebbero aperte a tutte le possibilità”….

E ancora:

Questo porterebbe a molti più problemi di quanto ci si potrebbe aspettare, non solo per la Gran Bretagna, ma anche per tutte le comunità islamiche del mondo che mantengono posizioni pacifiche. Se la Gran Bretagna dovesse intraprendere questa strada, sarebbe difficile prevederne le conseguenze con i musulmani nel mondo, in particolare in relazione alle grandi organizzazioni islamiche vicine alla Fratellanza che condividono la loro ideologia”.  [9] [10]

Una dichiarazione che alcuni reputano come una velata minaccia con l’obiettivo di mettere sotto pressione l’esecutivo britannico per quanto riguarda l’apertura dell’inchiesta.

La possibile concessione di uno spazio pubblico da parte della Giunta milanese a un’organizzazione ideologicamente vicina a certi ambienti dell’Islam politico potrebbe dunque creare notevoli ripercussioni anche a livello internazionale, catapultando nel capoluogo lombardo realtà che nulla hanno a che fare con l’Islam italiano.

Come illustra Paolo Branca:

Un ‘caso’ dunque che va ben oltre il semplice godimento del diritto di culto e che solleva il problema cruciale della strumentalizzazione dell’appartenenza religiosa a per altri fini, la cui mancata soluzione sta alla base di devastanti situazioni che si perpetuano nei Paesi d’origine di molti musulmani milanesi ai quali ora e qui abbiamo il dovere, prima ancora che l’interesse, di offrire e garantire qualcosa di più”. [11]

Le alternative ci sono, come l’iniziale progetto che prevedeva la valorizzazione dei centri islamici già esistenti e funzionanti che non comporterebbero la nascita di nuovi santuari per membri della Confraternita in fuga dal bando dell’organizzazione in numerosi paesi arabi e regolarizzerebbe le situazioni che oggi stanno creando più disagio.

Insomma, sarebbe il caso di evitare mosse azzardate che potrebbero avere pesanti ripercussioni a livello politico, nazionale e internazionale e che rischierebbero di creare ulteriori difficoltà alla vasta comunità islamica italiana.