L’Europa va alla “guerra”, o così pare, stando alle dichiarazioni bellicose degli ultimi giorni dei leader europei e del segretario generale della NATO Rassmussen. Nelle ultime settimane è successo praticamente di tutto: si è aperto un nuovo fronte nell’est dell’Ucraina intorno a Mariupol, abbiamo assistito alla richiesta, non ufficiale, di adesione alla NATO di Kiev e, dulcis in fundo, le parole pesanti dello scorso sabato della presidente lituana che con toni minacciosi avvertiva Mosca: se la Russia è in guerra con l’Ucraina, Paese che vuole entrare in Ue, è come se fosse in guerra con l’Europa e per questo dobbiamo aiutare l’Ucraina militarmente affinché si difenda”. Nulla di strano, insomma, eccetto che ormai l’intento dei tecnocrati europei è chiaro: bisogna morire per Kiev. E poco importa se, in realtà, ad essere in guerra con l’Europa non è la Russia, bensì l’esatto contrario. Non è certo Mosca che negli ultimi quindici anni ha allungato la sua longa manus sui confinanti, inglobandoli nel sistema dell’Alleanza Atlantica e non è stato nemmeno Vladimir, il “terribile”, Putin a fomentare gli incidenti dello scorso inverno a Majdan.

Nelle cancellerie europee intanto si è diffuso un generale isterismo di facciata. Adesso, alle sparate degli scorsi mesi di Polonia e Paesi Baltici affetti da odio viscerale, al limite del razzismo, nei confronti dei russi, si aggiungono le paranoie scandinave. La Svezia, paese neanche membro NATO, ha annunciato la mobilitazione delle truppe in partnership con il vicino finlandese; si tratterà di “esercitazioni internazionali” da effettuarsi, a scanso di equivoci, al confine con la Russia. Anche l‘Alleanza Atlantica fa la sua parte. La Gran Bretagna ha infatti fatto sapere che insieme ad altri sei paesi membri, Dani­marca, Let­to­nia, Esto­nia, Litua­nia, Nor­ve­gia e Paesi Bassi, invierà un contingente di diecimila uomini in Ucraina in risposta ai 5-6 mila presunti soldati russi in attività nel Donbas. Alla faccia delle provocazioni russe e dei mancati sforzi per la pace imputati al Cremlino, se c’è chi non vuole la normalità bisogna andarlo a cercare ad ovest di Kiev. Bisognerebbe cercarlo tra quanti negano i documenti sull’abbattimento del volo della Malaysia Airlines dello scorso luglio sopra i cieli dell’autoproclamate repubbliche di Donetsk e Luhansk, oppure tra coloro i quali in questi mesi hanno allontanato qualsiasi possibilità di dialogo con il Cremlino, nominando il polacco Donald Tusk a capo del Consiglio Europeo, o tra quanti continuano a foraggiare un esercito pieno zeppo di paramilitari di estrema destra, che compie azioni contro civili inermi da Tribunale penale Internazionale.

Si morirà per Kiev insomma, o almeno questa è l’intenzione, anche se in realtà nessuno ha mai chiesto ai popoli europei per chi o che cosa valga la pena morire, oppure cosa pensino della situazione, o quanto per loro sia vicina l‘Ucraina, o quale sia il loro legame storico con questa vicina, in realtà lontana, nazione. Come se non bastasse sono in arrivo nuove sanzioni alla Russia sulla falsariga di quelle degli scorsi mesi, che hanno depresso ulteriormente la già fragile economia europea, come dimostrato dalle proteste degli agricoltori spagnoli che contro questa follia hanno bruciato la bandiera dell’Unione Europea, insieme alle tonnellate di arance invendute per effetto delle controsanzioni russe. Anche l’Italia, paese della celebratissima Lady Pesc Federica Mogherini, soffre la situazione ,sono state bloccate le spedizioni di ortofrutta per un importo di 72 milioni di euro, le carni per 61 milioni di euro, latte, formaggi e derivati per 45 milioni di euro, un danno che ammonta, per il solo settore ortofrutticolo, intorno ai duecento milioni di euro. E mentre la neo nominata Mogherini rincara la dose ammonendo Putin, a guadagnarci da questo scontro sono solo gli Stati Uniti che in un colpo solo potrebbero addirittura sbaragliare competitor europei e russi, portando a casa un risultato tutto sommato soddisfacente, in termini non solo ma politici ma anche e soprattutto economici.