Dopo il vertice a Camp David del 20 maggio, il panorama politico europeo vuole puntare ad orizzonti diversi. Il premier italiano Mario Monti, il presidente francese Hollande, e, più di tutti, Barack Obama, hanno decisamente rimesso in causa l’austerity della Merkel. Sembra oramai chiaro, agli occhi di tutti, che il rigore tedesco è un ostacolo alla crescita. Per Hollande questa tesi fu fautrice di consenso elettorale, per il presidente americano, in vista di elezioni, è un imperativo categorico: la crisi greco-europea non può sorvolare l’Atlantico. Monti invece, che anche lui pare aver capito, dopo un primo slancio verso gli eurobond, con la creazione dell’asse Roma-Parigi, in opposizione al fronte tedesco, rimane comunque con i piedi per terra: “rimangono riserve da parte tedesca e nessuno vuole fare misure che siano un pugno nell’occhio di un altro importante paese perché abbiamo bisogno di coesione”. Ma più che riserve quello della Merkel è un “niet” secco sugli Eurobond, e parecchio scetticismo sulla “golden rule”: entrambe proposte che darebbero aria ai mercati.

Il premier infatti, sostiene che senza rigore non può esservi crescita. Ma la parola crescita ormai, che sentiamo ripeterci da quando il governo tecnico ha preso le redini del Paese, è più in mito che non una realtà. Le riforme invero sono ancora, secondo lo stesso Monti, in “cantiere”. E adesso ci si occupa di legge elettorale, riduzione del numero dei parlamentari e riforme costituzionali. Sicuramente temi che vanno affrontati per preparare l’assetto amministrativo italiano dalle prossime elezioni legislative, ma le riforme strutturali dal basso, a partire dal mercato del lavoro e dalla spending review – di cui non è ancora arrivato un resoconto – rimangono tutt’ora incomplete. La situazione intanto sembra tutt’altro che favorevole alla crescita, soprattutto quando l’Italia rimane uno dei paesi più rigidi in Europa: piccole e medie imprese vivono un blocco del sistema produttivo, con l’occupazione in calo. Il peso fiscale grava sempre di più sulle spalle dei cittadini e sui consumi: l’Iva tocca il 23% e c’è il rischio che arrivi a 25. L’Imu è un duro colpo ad un’Italia che trova la sua forza anche nella proprietà immobiliare. Il numero di esodati è ancora indefinito e secondo le statistiche 28 milioni sono i cittadini direttamente colpiti dalla crisi. Passera, Ministro dell’economia e dello sviluppo, però, ogni giorno con ansia pensa alla crisi… pensa, ma la Tobin tax, che permetterebbe di prelevare fiscalmente dalle grandi transazioni finanziarie, è ancora lontana.

La crescita, con un assetto come il nostro, non è certo un obiettivo facile, ma bisogna sperare che si facciano passi avanti sul piano europeo, sopratutto con gli eurobond. Di certo non sono una proposta alternativa, ma il solito contratto a debito nel quale l’investitore accetta di prestare una determinata somma, all’Ue in questo caso, con un tasso di interesse. La vera svolta è che facendosi sul piano europeo eviterebbe la forte speculazione finanziaria e livellerebbe i tassi di interesse dell’Eurozona. Ovviamente questo livellamento non fa comodo alla Germania, la grande vincitrice dell’Euro, ma permetterebbe all’Europa di lottare contro il rigore ed avere qualche tempo in più per fare respirare i mercati interni e risanare quei veri ostacoli, politici ed economici, relativi ad ogni Stato, che non permettono una crescita reale.