Il moralismo italiano ha origini antiche, potremmo pensare che i veri iniziatori furono i piemontesi moderati durante il “Risorgimento.” La leggenda del Sud sottosviluppato e diversamente italiano  precorre esattamente il pensiero dell’italiano ignorante che va educato alla civiltà da un’elite di sapienti. Sembra di vederli questi salottieri illuminati intenti nel disprezzare davanti ad un vernissage le popolazioni appena unificate a colpi di cannone.  E così siamo passati dall’incivile abitante del Meridione, che questo sia un falso storico ormai lo sanno anche i sassi, al più sottile ma non meno opinabile, incivile dissidente, il quale va educato, a sua volta, al rispetto del linguaggio e del comportamento idonei al politicamente corretto ed, ovviamente, al pensiero unico, dovendo egli essere richiamato dal suo ardire di usare parole proibite ed avere comportamenti inopportuni quali, ad esempio, chiamare corrotto un corrotto o fare ostruzionismo parlamentare su un provvedimento antisovranista.  Il moralismo, nella sua degenerazione tipica, cioè nella stortura della moralità inclinata verso un giudizio negativo aprioristico e spesso privo di fondamento, è anzitutto nemico del libero pensiero, poichè fornisce pacchetti di pensieri preconfezionati e tipizzati che non consentono alcun tipo di movimento ragionativo diversificato.

La morale, invece, come insieme di atti etici, ha una funzione prettamente pragmatica, opera, per così dire, all’interno della realtà per esclusivo mezzo di effetti concreti. Ed è in questo senso che il quadro politico italiano, ma non solo quello politico, va strutturandosi tra moralisti e moralizzatori, definendo i primi come coloro che richiamano i secondi dal non debordare dalla prassi consolidata dell’ esser rivoluzionari sì, ma solo a chiacchiere. Questi azionisti del pensiero unico, hanno un’origine antica e non nascono certo oggi: essi sono i frutti migliori dell’albero del “radical-chicchismo”, risiedono in Parlamento, nei media che contano a livello di opionon making ,per usare un’espressione a loro cara, nelle scuole, nelle università ed altrove ed hanno il compito specifico di livellare la società sulla base di parametri definiti e standard quali il terzomondismo, l’internazionalismo politico con la conseguente destrutturazione ideologica del concetto di nazione, la proliferazione della dittatura culturale degli autori leggibili e la  direttamente successiva demonizzazione degli autori scomodi, la liberalizzazione dei costumi in chiave sessantottina, l’esterofilismo inteso quale l’asserzione costante della superiorità consolidata del qualunque altrove rispetto all’Italia, la pulizia della società da tutti quei virus infetti che osano, per l’appunto, contraddirli. E sono i migliori amici del capitalismo proprio perché hanno un buon novero di nemici possibili ma ben si guardano dal puntare l’obiettivo sul vero virus del nostro secolo, per l’appunto, l’avvento del capitalismo assoluto o del turbocapitalismo, che dir si voglia, alimentandolo, invece, essendo tra i più assidui consumatori di merci tipiche della modernità, materiali o immateriali che siano. Si aggirano, muniti dell’ultimo libro di Erri De Luca, di Eco o di chiunque vogliano, non voglio far torto a nessuno, cachemire e mocassino, barca a vela e superattico, utilizzando banali stereotipi ma poi manco tanto stereotipi, verso una profonda missione vocazionale: civilizzare l’incivile.

Vanno ringraziati anzitutto Tom Wolfe ed Indro Montanelli quali creatori e utilizzatori celebri del neologismo in questione, miglior accostamento di parole non poteva esser fatto per descrivere ontologicamente questo fenomeno di cui potrei fare un’irrisoria allegoria infinitamente lunga ma credo non sarebbe affatto très chic, direbbero loro.  Molto più utile è invece chiederci chi è questo incivile che va civilzzato. Non si tratta, infatti, di colui che non pensa, che va iniziato aristotelicamente direi, all’arte del pensare, ma di colui che pensa male e che va rimesso sui binari del ben pensare.  E qual è esattamente questo pensiero cattivo che l’incivile fa tanto da dover esser rieducato? Non importa , basta che sia fuori dai canoni sopra descritti, per esser bollato a maledetto. Nasce così la figura mitica dell’elettore di Berlusconi ed oggi quella dell’elettore dei 5 Stelle o del parlamentare irrequieto per stare alla cronaca, persino con tanto di padre fascista, pensate un po’, come nelle tragedie greche dove le colpe si ripercuotevano per generazioni. In ogni caso, essi han fatto un pensiero sbagliato, meritano dunque d’esser rieducati e di rientrare nel recinto del gregge dei giusti. Non importa, ovviamente, che l’insieme dell’elettorato in questione superi di gran lunga una ipotetica maggioranza assoluta di cittadini votanti o che il parlamentare in questione abbia una storia politica propria slegata da quella dei suoi predecessori genealogici, l’elite moralista è ben consapevole della propria condizione di minoranza eroica e ben si vede dal farsi sfiorare il pensiero dall’ipotesi di egemonizzazione culturale in senso Gramsciano, tuttavia, essa, si sente costretta a dover moralisticamente operare. 

In modo divertito mi pare di poter segnalare che paiono esserci delle analogie tra i comandamenti religiosi ed i comandamenti moralistici di cui stiamo parlando.  In entrambi i casi, infatti, si assiste alla presenza di un giudice ultimo e confessore che può aiutare il peccatore ad uscire dalla sua condizione mediante una imitatio certosina rispettivamente del confessore o del moralista che consente una risalita in paradiso o in società. Questo forse a causa del sempre nostro atipico fenomeno del catto-comunismo, ossia l’unione dei precetti moralistici di certi cattolici ed i comandamenti di un comunismo debole però, depotenziato e neutralizzato che coincide esattamente col manifesto del “radical-chicchismo”. Chiudiamo questo articolo usando le parole di un film, usate in una scena che intende quantomeno segnalare le ipocrisie di alcune incoerenze, che credo non sia piaciuto molto all’elite in questione,  film lanciato spero, verso uno  probabile Oscar, che disegna con fine arguzia quanto ho cercato di descrivere in questo mio articolo.  Avrete capito che si tratta della “Grande Bellezza”, nella scena in cui Servillo-Jep Gambardella  descrive così una radical-chic, moralista per antonomasia: «La storia ufficiale del partito l’hai scritta perché per anni sei stata l’amante del capo del partito. I tuoi undici romanzi pubblicati da una piccola casa editrice foraggiata dal partito, recensiti da piccoli giornali vicini al partito, sono romanzi irrilevanti. L’educazione dei figli che tu condurresti con sacrificio… Mia cara tu lavori tutta la settimana in tv, esci tutte le sere pure il lunedì quando non si manifestano neppure gli spacciatori. Hai un cameriere, un maggiordomo, un cuoco, un autista che accompagna i bambini a scuola, tre baby sitter… Come e quando si manifesta il tuo sacrificio?» Non si manifesta, caro Jap, aggiungerei, si manifesta invece il vivere più speculare, più alleato, più complementare e più adagiato al capitalismo assoluto e si neutralizzano, nel frattempo, in senso schmittiano tutte le voci che osano essere “dissidenti”. Ad maiora.