Già l’altro ieri, quando l’Istituto Federale Elettorale (Ife) aveva svelato i risultati parziali annunciando la vittoria del candidato del Partito Rivoluzionario Enrique Peña Nieto alle elezioni presidenziali, Andrés Manuel López Obrador, leader del movimento progressista (coalizione di sinistra capitanata dal Partito della Rivoluzione Democratica) in corsa per il Palacio Nacional di Città del Messico, non sembrava tanto convinto. “Non contesto i dati ufficiali ancora parziali, ma semplicemente non abbiamo ancora tutti i dati”, aveva detto ai microfoni, in attesa del resoconto finale dell’Ife, resoconto che ieri è stato reso ufficiale e pubblicato dalla televisione e dai giornali messicani, e che conferma più o meno le prime proiezioni di lunedì, con Enrique Peña Nieto al 38 per cento dei voti, Andrés Manuel López Obrador al 32 per cento e la candidata governativa Josefina Vázquez Mota del Partito di Azione Nazionale (Pan) al 25.
“Le autorità hanno confermato i risultati dei conteggi sommari di ieri, ed è chiaro che la maggioranza dei cittadini ha scelto l’opzione da me guidata e che io rappresento”, ha spiegato il leader progressista che non sembra voler ammettere la sconfitta. Com’era successo in passato quando venne sconfitto di un solo punto percentuale dal presidente uscente Felipe Caldéron, anche quest’anno Obrador ha voluto contestare i risultati delle elezioni presidenziali: “Non accetterò alcun risultato senza essere completamente certo che il voto dei cittadini sia stato rispettato e le elezioni non siano state manomesse. Stiamo chiedendo il riconteggio dei voti, e raccogliamo le testimonianze sulle irregolarità, così da agire legalmente”, ha spiegato il candidato di centro-sinistra. Ma le sue accuse non si sono fermate alle “numerose e gravi irregolarità nello spoglio dei voti”, bensì, l’antagonista di Enrique Peña Nieto ha addirittura denunciato il Partito Rivoluzionario Istituzionale di aver “comprato almeno un milione di voti” durante la campagna elettorale iniziata qualche mese fa. Le critiche al neo-presidente del Messico sono anche arrivate dagli studenti del Paese, che dal mese di maggio considerano Enrique Peña Nieto persona non grata all’interno delle università. Lo stesso movimento studentesco divenuto unitario e auto-battezzatosi “Yosoy132” ha infatti denunciato i brogli elettorali, portando ieri a Città del Messico 25 mila giovani. Il portavoce del movimento, Miguel Platas, ha annunciato nuove mobilitazioni e assemblee per continuare a sottolineare che le elezioni di domenica hanno offerto l’opportunità di una “frode orchestrata dai media e portata avanti il giorno delle elezioni con l’acquisto di voti e la manipolazione dei risultati”. Ieri, intanto, i 25 mila studenti hanno manifestato tutta la giornata da Paseo de la Reforma, la principale arteria della città, luogo abituale delle dimostrazioni di piazza, a Polanco, il quartiere del potere, che i giovani chiamano “il centro nevralgico dell’oligarchia messicana”, inneggiando a slogan come “Il Messico senza Pri” o “Il Messico ha votato, e Peña non ha vinto!”.
Non sembra però dello stesso parere il maggiordomo della Casa Bianca, Barack Obama, che in seguito alla vittoria del liberale Peña Nieto, si è congratulato al telefono definendo “trasparenti” le elezioni del primo luglio. Durante la conversazione, che Obama ha sostenuto dalla sua residenza di Camp David, è stata ribadita da entrambe le parti “la stretta alleanza bilaterale tra Stati Uniti e Messico, che si basa sul rispetto reciproco, una responsabilità condivisa, ed i forti legami tra i due popoli”. Piace alla Casa Bianca il neo-presidente, che come gli ultimi governanti sembra voler promuovere una politica liberista che avvicina il Messico a Stati Uniti e Canada, piuttosto che agli altri Paesi sudamericani. Non a caso il neo-eletto del Pri ha nei suoi progetti l’obiettivo di mettere fine al monopolio petrolifero di Stato, favorendo la compagnia statunitense Standard Oil of New Jersey (Exxon), che attualmente fatica a impiantarsi sul territorio messicano. E non solo. Enrique Peña Nieto è il riflesso di quelle “democrazie di spettacolo” radicate nell’Occidente da più di sessant’anni, che giocano sull’immagine dei candidati dato che i partiti e i programmi politici sono contenitori vuoti: secondo dei documenti di WikiLeaks pubblicati sul The Guardian, avrebbe addirittura pagato il potente gruppo mediatico messicano Televisa per pompare la sua figura e favorire una immagine seducente agli occhi dell’elettorato.

Fonte: Rinascita