La Germania è diventata il capro espiatorio per le debolezze del nostro Paese (e non solo). Buona parte dell’arco politico, dalla destra alla sinistra, ha individuato nella Germania il nemico di un’Europa più solidale e meno parsimoniosa nelle politiche pubbliche. Eppure, sebbene il primato industriale ed economico della Bundesrepubliksia storia vecchia, la sua signoria nel campo delle politiche economiche comunitarie prese avvio solo nel 2008, allorché l’Occidente si trovò d’improvviso nella tempesta della crisi economico-finanziaria. Sarebbe bene, per gli altri Paesi dell’Unione, prendere atto del fatto che nessun tedesco ha avuto come scopo questa egemonia, la quale talvolta sembra infastidire tanto la cancelliera quanto l’intera Germania.

Dall’inizio del terzo mandato della Merkel niente è cambiato. La seconda grande coalizione, da lei guidata con il supporto dei socialdemocratici, ha per ora ripreso la via precedentemente intrapresa: curare l’interesse nazionale e imporre alla debole Europa meridionale il modello tedesco. Questa strada era già stata decisa dal trattato di Maastricht, con il quale gli Stati dell’Eurozona riconoscevano la supremazia del modello tedesco su quelli italiano e francese, dacché questi ultimi erano soggetti a deficit di bilancio, alta inflazione e ripetute svalutazioni. Se la Germania ottenne di fatto la futura guida sulla politica economica dell’Unione europea, l’onere delle scelte politiche sembrò andare alla Francia, seguendo l’idea, frequentemente riproposta[1], di un’Europa forte solo sotto guida franco-tedesca. Di fronte alla riunificazione della Germania, i francesi chiesero la moneta unica per contrastare lo strapotere del marco. L’allora cancelliere Helmut Kohl pose le prime limitazioni al futuro euro: la Germania avrebbe aderito all’unione monetaria solo con un’unione politica e con una moneta forte e stabile quanto il marco tedesco. La storia recente ci insegna che solo la prima condizione, una moneta forte, fu realizzata a Maastricht.

Ironia vuole che proprio Germania e Francia, nel biennio 2002-2003, mancarono gli obiettivi macroeconomici che l’Unione si era data, mettendo a nudo la fragilità degli accordi europei, debolmente vincolanti. Entrambi i Paesi non vollero prendersi le responsabilità di imporre ai propri cittadini una svolta dalla crescita all’austerità, verso cui il rispetto dei patti avrebbe condotto. Nel frattempo, i governi tedeschi hanno adottato una linea ambigua di cooperazione, cercando di bilanciare gli interessi tedeschi e quelli dell’intera Unione. Berlino ha bisogno di una Ue in grado di operare anche con una moneta stabile, poiché in una prospettiva di lungo periodo la crisi finirebbe per mordere anche il cuore produttivo dell’Europa, bisognoso di mercati in salute in cui competere ed esportare. La cancelliera e l’intera classe dirigente non ignorano il principio che guida da sempre la politica estera tedesco-occidentale: la Germania non può fare a meno dell’Europa e questa non può fare a meno della Germania. Nella Merkel Politik questa formula si traduce nell’adagio «se crolla l’euro, crolla l’Europa»[2].

L’assunto che lega indissolubilmente la moneta unica all’Unione europea è generalmente condiviso dalla popolazione tedesca[3], la quale da una parte è probabilmente l’unica a vedere in positivo i propri dati economici, dall’altra non ha ancora subito i costi, in termini sociali, del mantenimento dell’euro. Insomma, i tedeschi non sono i greci. Il consenso di cui gode la cancelliera è sintomatico dell’adesione della cittadinanza alla strategia triangolare della Germania: a chi non è in grado di sopportare la competizione tedesca, viene chiesto (o imposto) di rimodellare non solo la propria economia, ma anche le proprie politiche pubbliche e la propria società secondo il modello di Berlino; sul piano delle istituzioni internazionali, Angela Merkel spinge per il cambiamento dell’Ue in una istituzione intergovernativa diretta dal Consiglio europeo, a guida palesemente tedesca; infine, la Germania stringe partenariati strategici con i Paesi in crescita (Brasile, Cina, India e Russia) per favorire le esportazioni, sebbene i suddetti rapporti economici valgano poco in termini politici (con India e Cina) o si debbano guardare attentamente dall’accreditare conflitti diplomatici (con la Russia).

La proposta di un’Unione guidata dal Consiglio europeo va nella direzione di una redistribuzione di competenze dagli organi sovranazionali a quelli nazionali (in quanto il Consiglio è formato dai capi di governo di tutti gli Stati membri), contro il progetto di rafforzamento della sola unione finanziaria ed economica, che invece prevede una cessione di sovranità alle istituzioni comunitarie prevalentemente nella politica di bilancio. Da queste pagine avevamo già posto il quesito se la Germania fosse «colpevole o vittima»[4]. Nonostante non abbia capito che il suo modello ordo-liberale non è adattabile ai Paesi meridionali, finora essa ha vinto su tutti i fronti, riuscendo – unica in Europa – a formulare una strategia adatta al superamento della crisi.

È necessario che i tedeschi prendano piena consapevolezza della loro egemonia sul Vecchio Continente e indirizzino il futuro dell’Unione verso il paradigma dell’«Impero democratico». In un contesto che vede il formarsi di grandi blocchi geopolitici, lo Stato-nazione ha perso la sua forza teorica. Per emanciparsi dallo stato di periferia degli Stati Uniti, l’Europa deve farsi a sua volta Impero, polo a sé, ma ciò può avvenire solo se la parte continentale (franco-tedesca) prevarrà su quella atlantica e se i rapporti con la Federazione Russa saranno saldi: «quando le due potenze telluriche riuniscono le loro forze, la fortezza marittima atlantica – i due paesi anglosassoni – vacilla sulle sue basi»[5]. Solo la Germania può avere un ruolo di guida in questo processo, perché dalla crisi ne è uscita (per ora) vincitrice. Ma non lo sa, o almeno fa finta di non saperlo.

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[1] http://www.ansa.it/europa/notizie/rubriche/speciali_elezioni2014/2014/05/22/riecco-sarkozy-ue-franco-tedesca-e-via-schengen_6cda27ec-ae85-4bd5-8756-735b24908f24.html

[2] http://www1.adnkronos.com/IGN/News/Economia/Merkel-se-crolla-leuro-crolla-lEuropa_312465316656.html

[3] http://www.repubblica.it/economia/2013/04/09/news/germania_euro_crisi_marco-56264295/

[4] https://www.lintellettualedissidente.it/germania-colpevole-o-vittima/

[5] A. Dugin e A. de Benoist, Eurasia. Vladimir Putin e la Grande Politica, Controcorrente, Napoli, 2014, p. 103.