Fonte: Rinascita

Il governo di Mario Monti si gioca tutto sulla riforma del mercato del lavoro. Proposte in grado di sconvolgere irrimediabilmente il tessuto economico e sociale del nostro Paese. Ancora non ci è dato sapere quali siano le reali intenzioni di Palazzo Chigi. Fino a questo momento sono stati ripetuti ritornelli e slogan non utili alla comprensione. Nemmeno i sindacati confederali sanno di preciso come cambierà il quadro normativo. Per questo motivo, stridono le dichiarazioni da “tifoso” del presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. La stessa cosa si potrebbe affermare per i tanti articoli e le tante dichiarazioni che si sono succeduti nelle ultime ore. Molti di questi hanno evidenziato la patente ipocrisia di tantissimi commentatori. L’atteggiamento acritico nei confronti di Mario Monti ed Elsa Fornero ha spinto qualcuno a ripetere senza ragionare quanto il presidente del Consiglio ha detto in una delle ultime conferenze stampa. Con questa “riforma” il governo estenderebbe le tutele anche ai dipendenti delle aziende con meno di quindici dipendenti. Un ottimo motivo per sostenerla e promulgarla in tutta fretta. Niente di più falso. Monti si è riferito infatti ai licenziamenti discriminatori. Una risoluzione del contratto di lavoro da sempre punita e sanzionata dal nostro ordinamento. Questo tipo di licenziamento è infatti sempre nullo, indipendentemente dal numero del personale impiegato in azienda. Le norme – contenute nella legge 604 del 1966 e nella legge 108 del 1990 – prevedono la nullità qualunque sia la motivazione adottata dal datore di lavoro. La tutela è talmente forte da poter essere applicata anche a favore dei dirigenti, figure in cui è più difficile rintracciare il vincolo di subordinazione. Vige sempre la tutela di tipo reale. Il lavoratore deve quindi essere sempre reintegrato sul posto di lavoro. Ovviamente la vittima di una discriminazione può legittimamente scegliere di rinunciare al proprio impiego dietro il versamento di un risarcimento da parte del datore di lavoro riconosciuto colpevole di una condotta discriminatoria. Uno spettro di tutele molto ampio ed efficace. In pochi hanno avuto il coraggio di smontare le menzogne diffuse dal governo. Autorevoli giuslavoristi ed economisti hanno anzi avvallato questa bassa attività di propaganda e disinformazione. Gli elogi si sono sprecati e c’è persino chi si è spinto ad affermare come questa “riforma” – nonostante nessuno la conosca nel dettaglio – avvicini il nostro Paese al resto dei Paesi europei. Quello che conta non è il contenuto degli articoli di una proposta di legge o il testo di un accordo da presentare alle parti sociali, basta dimostrare adesione e sostegno ad una politica pericolosissima per il futuro prossimo di centinaia di migliaia di famiglie. Il senatore del Pd Pietro Ichino ha toccato il fondo classificando il ricorso contro i licenziamenti per motivi economici come una “alea da evitare”. Insomma, con un tratto di penna, un giurista si scorda dell’antico brocardo “Nemo iudex in causa propria”. Chi dovrebbe decidere della legittimità di un licenziamento? Lo stesso imprenditore che ha deciso di non volersi più giovare della prestazione di un dipendente? Oppure si dovrebbe puntare su una soluzione di tipo arbitrale per evitare che chi applica la legge – le sezioni lavoro dei Tribunali – possa rompere le uova nel paniere a certi imprenditori? Sappiamo che una certa deregulation è sempre piaciuta ai settori più liberisti del Pd e del Pdl. Un diritto tanto leggero quanto pericoloso per il personale meno specializzato. Le leggi sul lavoro sarebbero un orpello che intralcia il cammino verso il “bene”. Un altro silenzio assordante ha circondato alcune dichiarazioni sui dipendenti pubblici diffuse dal titolare della Funzione pubblica Patroni Griffi. Un presidente di sezione del Consiglio di Stato ha dimostrato di essere piuttosto sbadato. Possibile che proprio lui non conosca le leggi sul pubblico impiego? Eppure è una materia sottoposta alla giurisdizione esclusiva di Palazzo Spada dal lontano 1923. Oltre cinquanta giuristi hanno definito queste affermazioni “sconcertanti” dopo le dure critiche delle principali organizzazioni sindacali. Insomma, il governo crede di andare avanti con giochi di prestigio consumati sulla pelle di chi lavora. Occorre coesione e determinazione per evitare di darla vinta a chi propaganda la degradazione di un diritto quando questo viene a contatto con ragioni economiche.