“Oggi il percorso di uno studente non è quello di chi per cinque anni può pensare alla propria formazione, bensì quello di chi deve battersi per superare un percorso a ostacoli costituito da miriadi di esami e esamini spezzettati in crediti, in una parcellizzazione che disgrega qualsiasi valore culturale e non lascia spazio alla crescita di alcun autentico Interesse”

Giorgio Israel 

Oggi l’università è proprio questo. Non esiste il saggio che illustra all’ignaro, ma l’impiegato che lavora per lo stipendio, non esiste l’allievo che ascolta il maestro ma il numero di matricola e la media ponderata, non esiste il libro che insegna ma il testo che dogmatizza, non esiste il diverso ma persiste l’uguale: è la snaturazione dell’origine e la standardizzazione del Mercato in categorie; sono i caratteri propugnati sin dall’età incosciente delle elementari, che si cristallizzano con l’università e divengono irremovibili in età adulta – le generazioni di fine Novecento che ci hanno preceduti e cresciuto ne sono il risultato.

Etimologicamente università trova fondamento dal latino universitatem, ossia complesso di tutte le cose di un tutto, da universus, tutto, intero. Da tale altezza a cosa si è arrivati? Radici così profonde, ontologiche, deviate dal Potere a accademie per automi; trasformate in scatole chiuse, in studio sprovveduto al vero conoscere, utilizzate per rafforzare il pensiero dominante e rassegnare il pensiero dissidente, costruite per adattare la forma mentis al passivo, al certo, architettate per eludere la consapevolezza e valorizzare l’effimero, elaborate per inculcare nozioni e logiche fini a loro stesse e servienti all’autoconservazione del sistema, oscurando quell’immaginazione che Einstein distingueva così: “la logica ti porta da A a B. L’immaginazione ti porta ovunque.” o ancora “l’immaginazione è più importante della conoscenza; questa è limitata, l’immaginazione circonda il mondo”.

Metafisica se si pensa che neppure alla conoscenza oggi ci si riesce ad avvicinare. Studio è funzionale a creazione, ne è probabilmente l’artefice, il precursore, e cosa è divenuto? A cosa è stimolato il pensiero oggi? Non sarebbe dunque più opportuno studiare a casa propria comprando i testi universitari d’esame e crearsi una propria idea su quel che si legge e approfondisce? A cosa servono i professori, imbevuti nel pensiero unico, nell’università odierna (eccezion fatta per le facoltà scientifiche cui abbisognano spiegazione e pratica della materia indispensabilmente)? Cosa insegnano, che sapere elargiscono che non può essere carpito individualmente? L’università, come tutte le strutture di una società, la rispecchia nel suo unicum, nella sua essenza, e se si pensa a cosa oggi è la società non si ha fatica nel percepire l’inutilità di questo edificio di paglia. Questa è sfruttata in mezzo d’educazione dallo status quo; è stata svilita della sua stessa ragion d’essere, passando da cultura a fazioni clientelari, da intersoggettività a guerra arrivista, da stimolo intellettuale a stereotipizzazione, ha assorbito tutti quei principi capitalistici e gerarchici che sostengono la cornice stigmatizzata del sistema, per cui quel che si vede è così ed è immutabile.

Decine di facoltà, corsi, specializzazioni, crediti, che frammentano e denaturano il conoscere in mero punteggio, in centinaia di studi particolareggiati, che, oltre a cavalcare la speranza del lavoro, a poco altro si rendono utili. L’uomo, capace di raggiungere vette inimmaginabili, è stato abituato a leggere per non capire, a studiare per non pensare, a ripetere per non elaborare, a lavorare per non vivere.