Le celebrazioni per il trentesimo anniversario della morte di Enrico Berlinguer hanno lasciato, dietro di sé, un retrogusto amaro, per via di una realtà che non è stata messa altrettanto in risalto dalla stampa nazionale. Negli stessi giorni, infatti, è stata votata la chiusura della società che da dieci anni pubblicava l’Unità, e la conseguente liquidazione dello storico giornale. Sul declino della testata, fondata nel 1924 da Antonio Gramsci, certamente non c’è da sorprendersi. Il giornale non vende più come un tempo, e sta risentendo, in maniera maggiore di altri concorrenti, delle difficoltà comportate dallo svilupparsi dei sistemi di editoria interattiva e virtuale.

C’è, però, una considerazione più profonda che deve essere fatta. Il vero e proprio tracollo gestionale de l’Unità è andato di pari passo con la sconfitta sociale, con il deteriorarsi di quei valori politici che erano stati l’essenza della sua fondazione. Sembrano fin troppo lontani i tempi in cui Antonio Gramsci insisteva affinché il nuovo giornale rimandasse appunto al concetto di solidarietà e unificazione, una garanzia contro le degenerazioni autonomistiche e contro i tentativi reazionari di dare interpretazioni tendenziose e poliziesche alle campagne che si potranno fare. Altrettanto lontani sembrano i tempi in cui sulle colonne del giornale, che sarebbe diventato l’organo di stampa del Partito Comunista, si inneggiava alla “parola d’ordine governo operaio e contadino”. Una selva di affaristi si è da tempo lanciata alla conquista della testata, snaturalizzandone la realtà di fondo e i valori portanti.

Basti pensare che, soltanto negli ultimi anni, tra gli azionisti di un certo peso si sono succeduti Renato Soru, capitalista fondatore di Tiscali, e l’ex senatrice di Forza Italia Claudia Ioannucci. Né sorprende che, dopo le più recenti vicende che predicono un periodo buio per il quotidiano, un tentativo di salvataggio sia stato portato avanti da Massimo Pessina, capitalista lombardo il cui nome compare tra quelli coinvolti nell’inchiesta sugli appalti dell’Expo. Il tradimento di Gramsci è ormai stato compiuto. Il tradimento, cioè, di una visione del mondo incentrata, prima di tutto, sul sacrificio di sé, anche nella realtà quotidiana, nelle piccole cose. E’ stato compiuto il tradimento di Gramsci e, così, anche il tradimento dei suoi tentativi, nei giorni precedenti la prima pubblicazione del giornale, di raccogliere i pochi fondi necessari per stampare dei fogli utili non alla speculazione, ma alla propaganda politica. Non è rimasto più nulla della testata originaria. Il valore sociale de l’Unità, che ha contribuito a insegnare a leggere a masse di operai e di contadini analfabeti, è andato perduto tra i tentativi di farne uno strumento speculativo e, in secondo piano, è venuto meno per via delle mancanze di chi non ha saputo trasformare (non in modo da snaturalizzare) la realtà del giornale per renderlo adatto al nuovo contesto sociale.

E’ possibile dire, quindi, che l’Unità, nel suo piccolo, ha percorso la sua discesa in parallelo alla sinistra italiana, quella stessa sinistra che, contro ogni auspicio di Gramsci, è andata sempre più dividendosi e imborghesendosi. Non resta, di tutta questa vicenda, politica ed editoriale allo stesso tempo, che cercare di non abbandonare in pasto in pescecani tutto ciò che rimane di una realtà ormai anacronistica per l’opinione pubblica, ma che nasconde al suo interno insegnamenti che resistono fieramente al tempo. Per usare le parole di Alfredo Reichlin, è necessario rinsaldare (magari in forme diverse e attraverso esperienze legate alle nuove realtà sociali) i valori politici che portarono quasi un secolo fa alla fondazione de  l’Unità da parte di Antonio Gramsci, e imporre quella passione di solidarietà e di giustizia come il vessillo di un sentimento che oggi sembra, però, perduto.