Sembra essere ormai giunta nella sua fase conclusiva la vicenda giudiziaria, avventurosa e di certo non priva di colpi di scena, che ha visto come suo protagonista il direttore de Il Giornale, Alessandro Sallusti.
E’ infatti proprio della giornata di ieri, venerdì 14 Dicembre, la notizia che il procedimento giudiziario per direttissima, instaurato nei confronti del giornalista, si sia risolto in un nulla di fatto.

Ignazio La Russa, come membro del pool dei legali a favore di Sallusti, ha spiegato che il motivo per cui ‘il fatto non sussiste’ , secondo quanto ha deliberato anche il giudice di Milano Gaetano La Rocca, è che il suo assistito pur abbandonando il tetto dell’abitazione della compagna Daniela Santanché, luogo adibito al compiersi degli arresti domiciliari, per recarsi presso la sede del quotidiano di cui è direttore non è uscito dal raggio di vigilanza della polizia.
Inoltre è facile immaginare che il gesto del giornalista non sia stato, piuttosto di una vera e propria tentata evasione. E’ stato il lancio di un ulteriore guanto di sfida nei confronti della magistratura, contro la quale, ormai da anni e con una certa dedizione, Sallusti assieme ad altri suoi (ben noti) compari oppone una forte ostilità.

Non a caso, l’accusa e la colpevolezza del reato di diffamazione è stata recepita dal direttore in merito alla pubblicazione ai tempi di Libero di un articolo redatto da Dreyfus, al secolo Roberto Farina (che si firmava con uno pseudonimo a causa della sua sospensione dall’OdG n.d.r.), in cui si parla in maniera non proprio lodevole proprio di un magistrato, in questo caso Cocilovo, a cui veniva addirittura augurata la ‘pena di morte’.

L’invito tuttavia è a procedere un poco indietro nel tempo, di qualche settimana, e ricordare quando è stato addirittura Sallusti a “pregare” il procuratore Edmondo Bruti Liberati di non commutare i suoi 14 mesi di carcere in un’equivalente di arresti domiciliari, ma anzi di farlo prelevare e portare in cella dai carabinieri.
In effetti con questa sua affermazione, con questa sua preghiera, sì è comportato in maniera piuttosto coerente abbandonando, immediatamente al suo accompagnamento, il luogo di reclusione domiciliare per recarsi in via Negri 4, sede del quotidiano di Silvio Berlusconi, di cui egli è direttore responsabile, mostrando un sedicente estremo attaccamento all’attività d’informazione da lui per così dire esercitata.

Insomma all’epilogo, o quasi, di questa (abbastanza volutamente) gonfiata e strampalata vicenda, sarebbe bene rivolgere il pensiero verso coloro che sfidano davvero l’ostilità di alcune istituzioni e contesti in nome di una vera diffamazione e fare un distinguo con chi invece, nel nome dell’informazione commette crimini e non solo, con chi utilizza importantissimi diritti come semplice pretesto, con chi conduce battaglie più o meno personali contro una qualche entità, invocandole invece nel nome delle genti.