L’amministratore delegato della Fiat Sergio Marchionne in questi giorni è etichettato come il Napoleone dell’economia italiana, colui che conquista marchi stranieri assoggettandoli al brand italiano automobilistico per eccellenza.

Rilevando il 41,46% della società nelle mani della”Veba”, la casa automobilistica torinese acquisisce il 100% della Chrysler. Oltre al furor di popolo, anche la borsa applaude alla politica industriale espansiva della Fiat, con un rialzo del 12% sul valore del titolo a discapito del parere negativo delle agenzie di Rating a proposito di tale operazione.

Parlare di patriottismo nell’era della libera circolazione dei capitali appare alquanto ambiguo, soprattutto in relazione alla storia industriale del marchio Fiat. Un’azienda che, in 10 anni di cassa integrazione, è costata all’erario 1,7 mld. E di dividendi lo Stato italiano non ne ha mai visti, rimanendo piuttosto appeso al ricatto dei posti di lavoro “misericordiosamente” messi a disposizione dagli stabilimenti sparsi sul territorio.

Posti di lavoro sempre più caduchi, perennemente minacciati dalle modifiche dei piani di produzione e dal fantasma onnipresente della delocalizzazione, sopratutto nei paesi ex socialisti. Perché la Fiat ha deciso di bipartire il fulcro produttivo negli USA?

Bisogna partire da una sconfitta: in Europa, il marchio Fiat, non regge la concorrenza dei marchi automobilistici tedeschi e francesi. In Italia soprattutto, il mercato automobilistico è saturo, e la domanda interna (così come nel resto dell’Europa) è e continua a subire martoriamenti dalle politiche recessive degli esecutivi che si sono successi.

Negli Stati Uniti le cose non vanno di certo meglio, soprattutto nell’agglomerato urbano di Detroit. Naturalmente, complice una valuta forte e un costo del lavoro nettamente inferiore a quello domestico, ciò che equivale a delocalizzare, per quanto il termine se associato alla prima potenza economica mondiale possa apparire sinistro.

Nel nuovo continente, poi, nonostante la crisi del 2008 accenni di ripresa ci sono stati, e non essendo gli Stati Uniti vincolati a parametri deficit/Pil la domanda interna è stata salvaguardata dalle politiche economiche. Da non sottovalutare poi le variabili culturali, che fanno dell’automobile negli Stati Uniti la massima oggettivizzazione del proprio status sociale.

L’attribuzione a Marchionne di un’aurea di moralità è poi decisamente tendenziosa: egli, come è giusto che sia per un Ad, è un segugio di margini di profitto. La Fiat non va negli States per salvare i lavoratori americani (potrebbe risparmiarsi il viaggio e compiere l’opera in patria), ma per acquisire la liquidità detenuta dalla Chrysler oltre che i suoi sbocchi commerciale in territorio americano, America latina compresa.

Infatti nell’ultimo trimestre i dati Chrysler sono nettamente superiori a quelli Fiat, dimostrando che non sia la Fiat a salvare Chrysler, ma la Chrysler a salvare Fiat. Per onestà intellettuale è da ritenersi un salvataggio bilaterale. Nonostante le rassicurazioni di Marchionne sul mantenimento dell’apparato industriale in territorio italiano, resta improbabile, rifacendoci alle logiche di profitto, che la Fiat focalizzi la propria produzione in un mercato ostico quale è quello del nostro paese. E la scelta dell’acquisizione Chrysler proprio in questi tempi dovrebbe far riflettere, invece che lasciarsi andare ad un’esultanza bendata.

Sta di fatto che la Fiat stia assumendo un immagine globale in un mondo globale, con tutto  ciò che ne concerne. Perfino la sede legale rischia di traslocare da Torino. La costante nella storia del marchio Agnelli è sempre la stessa: ricordarsi di essere italiani  soprattutto (o solamente) nei periodi di crisi patrimoniale, o per esaltare le qualità dei propri prodotto sfruttando le esternalità del made in Italy.