Le tensioni nella Tunisia post-rivoluzionaria precipitano ormai a ritmo crescente da alcuni mesi ed alla base non vi sarebbe solo la difficile situazione economica e l’alto tasso di disoccupazione. Stando ai violenti scontri tra salafiti (islamici radicali) e forze dell’ordine avvenuti questi ultimi giorni in diverse città del Paese, anche il fattore politico-religioso sembrerebbe complice del disagio sociale e nazionale. Il bilancio della settimana è infatti drammatico. Tanti colpi sparati da armi da fuoco durante gli scontri, 162 arresti e un morto, Fahmi el Ouni, ventitreenne, studente universitario originario di Tataoiune, colpito alla fronte da un proiettile.

Durissime sono state le critiche al ministro degli Interni Ali Laraayedh (Ennahda), sulla mancanza di direttive alle forze di polizia impegnate nel domare i disordini, il quale ieri ha varato una nuova legge che autorizza le forze di polizia tunisine ad una maggiore discrezionalità rispetto al passato nell’uso delle armi, sino alla autorizzazione a sparare ad altezza d’uomo se aggredite. In seguito alla morte improvvisa del ragazzo ucciso nei giorni scorsi, il presidente tunisino Moncef Marzouki, che aveva ordinato il coprifuoco in nove province, ha ieri invitato i suoi compatrioti a rispettare le leggi relative alle manifestazioni pubbliche, richiamando “tutti i tunisini a ritrovare l’unità nazionale e a non lasciarsi prendere dalla discordia, qualunque essa sia”, sino a dichiarare lo stato di emergenza. Le preoccupazioni di Marzouki derivano dalle azioni dei salafiti che ormai da diversi mesi lacerano la società civile e mettono in pericolo la laicità dello Stato tunisino con provocazioni, e spesso con l’uso della violenza. La rivoluzione di gennaio dell’anno scorso, seguita dall’uscita di scena di Zine El-Abidine Ben Ali, ha sancito la vittoria alle elezioni di ottobre del “Movimento della rinascita” (Ennahda in lingua araba), il partito islamico ostracizzato dall’ex presidente per le sue tendenze integraliste e estremiste nel 1989, poi legalizzato dal nuovo governo di unione nazionale all’indomani della rivolta popolare. L’ingresso di Ennahda nell’agone parlamentare ha tuttavia scatenato una vera e propria diaspora di militanti integralisti che hanno visto nella partecipazione del partito di Rachid Ghannouchi alla vita democratica tunisina un tradimento. Quest’ala intransigente, ultra-confessionale e di matrice salafita preconizza attraverso il Jihad un modello sociale e politico fondato sull’Islam e sulla sharia. La rivoluzione ha permesso l’uscita allo scoperto di questi gruppi, che adesso vogliono distruggere il patrimonio laico della Tunisia, rimpiazzando l’autoritarismo di Ben Ali con un altro autoritarismo, probabilmente ancora più feroce e questa volta realmente totalitario.

Questi militanti si riuniscono principalmente intorno ai partiti neo-salafiti Ansar al Sharia (promotore, nei mesi scorsi, di diverse manifestazioni a sostegno della legge islamica quale fondamento per l’ordinamento giuridico della Tunisia) e Hizb Ettahrir (partito che non ha ancora ottenuto l’autorizzazione a svolgere attività politica e quindi fuori legge, anche se tollerato), i quali ieri hanno accolto l’appello del presidente Moncef Marzouki, a non manifestare. I due partiti hanno rispettato di fatto l’interesse supremo della nazione e la necessità di garantire la sicurezza dei cittadini e la salvaguardia della proprietà pubblica e privata annullando tutte le manifestazioni che avevano indetto per venerdì a conclusione della preghiera del pomeriggio, la più importante nel calendario religioso islamico della settimana, per protestare contro quelli che, a loro avviso, sono stati recenti e ripetuti episodi di intolleranza verso l’Islam. La condanna all’ergastolo dell’ex premier Ben Ali non sembra aver placato l’animosità dei salafiti, che se non saranno nelle piazze questo venerdì, si riscatteranno, comunque, molto presto.

fonte: Rinascita