La recente creazione della cosiddetta banca dei BRICS a Fortaleza ha rilanciato nel dibattito internazionale il discorso riguardante il multipolarismo e l’opposizione agli Stati Uniti e al modello economico neoliberale. Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica, seppur ognuno con le sue particolarità e profondi limiti, stanno mettendo in campo strategie che assomigliano molto da vicino a ciò che lo studioso argentino Marcelo Gullo definisce “insubordinazione fondante”. Cioè opposizione decisa ai dettami liberisti del libero mercato in nome della sovranità e del dirigismo.

Non a caso, se dal XVII secolo ad oggi un grande protagonista ha segnato la storia delle relazioni internazionali, esso non è stato altro che uno: lo Stato. Il dominio britannico del mare e dei commerci nei secoli passati fu favorito dall’impulso statale e dal rigido protezionismo (in particolare nel campo della lana) applicato dalla Corona, fondamentale nell’assicurare uno sviluppo industriale senza precedenti. Daniel Defoe, noto ai più come l’autore del Robinson Crusoe, descrisse acutamente questa politica nell’opera A Plan of the English Commerce. Processi simili, ad esempio, a quelli che si possono ravvisare nelle epoche di splendore di Spagna e Portogallo, come documenta ancora Gullo nel recente libro Insubordinazione e sviluppo. E in cui possiamo ascrivere anche l’esperienza di Napoleone e del suo “blocco continentale” anti-britannico e successivamente di De Gaulle, che assicurò uno scatto d’orgoglio alla Francia grazie all’attivismo statale per disegnare una sorta di “terza via” tra capitalismo e comunismo.

Va da sé che gli Stati Uniti, capaci di scalzare il lungo dominio britannico, furono protagonisti di uno dei processi di industrializzazione più veloce e profondo della storia applicando in modo deciso proprio il protezionismo. Nel 1875 i dazi per i prodotti manifatturieri oscillavano tra il 35% e il 45%, una tendenza che continuò fino a toccare il 48% del 1931. E così in diversi altri campi. Diventati, dopo la seconda Guerra Mondiale, la più grande potenza industriale del mondo, gli USA adottarono il libero scambio e ne diventarono il bastione intellettuale. Il “verbo” della supremazia del mercato cominciò a spargersi senza sosta sulle sfinite realtà europea e giapponese, limitandone l’indipendenza e la forza sul piano tecnologico e industriale. E così, dopo aver ottenuto il massimo da un regime protettore, gli States diffusero a livello globale i principi “scientifici” liberoscambisti persuadendo molti Stati, che si costituirono passivamente in un mercato per i prodotti industriali nordamericani, svolgendo il ruolo di semplici produttori di materie prime. Idee che contagiarono anche Africa e America Latina, se pensiamo solo ai recenti disastri che hanno colpito l’Argentina.

Ma la situazione non è durata a lungo, e il cacciatore è caduto nella sua stessa trappola. Le delocalizzazioni e la deindustrializzazione, in favore dei mercati asiatici a basso costo, hanno minato le basi della forza americana. Un grande stato non può essere post-industriale. Il credere che solo mediante la produzione di tecnologia e spostando sempre maggiori settori della popolazione verso il settore dei servizi per trasferire quello industriale in altri paesi più arretrati che, gradualmente, sono diventati fornitori di ogni tipologia di beni elaborati, ha generato una struttura produttiva e lavorativa notevolmente debole.

Un errore strategico compiuto in favore della grande finanza, capace di generare rapidi ed illusori profitti, e di cui oggi il “mondo occidentale” paga il conto. Attualmente, solo il recente impulso dettato dallo shale gas sembra ridare fiato alle industrie americane.

Reagan prima e soprattutto Clinton sono i nomi che spiccarono durante il processo sopra descritto. Il presidente democratico, idolatrato a suo tempo dalla sinistra nostrana, abrogò la legge Glass – Steagal (datata 1933) e legittimò i derivati, «peste finanziaria del secolo» secondo la definizione di Giulio Tremonti. Nello stesso periodo anche l’Italia abolì la legge bancaria (1936), non trovando di meglio che seguire l’alleato nella corsa verso il baratro. Centralità dello Stato e della politica industriale appaiono ancora oggi all’orizzonte come scelte decisive e quasi obbligate, consigliate dall’orgoglio, dal buon senso e dalla storia.