Traduzione a cura di Stefano Bruno (L’Intellettuale Dissidente).

Lei è notoriamente molto attento al senso delle parole. Come è possibile descrivere ciò che chiamiamo “islamismo”, come se l’Islam fosse l’unica fede a mescolare religione e politica?

Questa parola può contemplare diverse definizioni. Oggi è riferita in massima parte a quei musulmani sunniti che credono che qualsiasi problema politico richieda una risposta religiosa, o che perseguono fini politici sotto il paravento della religione. Questo islamismo è nato come reazione alla modernità occidentale, che aveva colpito il mondo musulmano attraverso la colonizzazione. Si divide tra un islamismo volto alla predicazione, un islamismo riformista e politico (i Fratelli Musulmani, fondati nel 1928) e un islamismo violento, letteralista e neo-fondamentalista, d’ispirazione wahhabita o salafita, oggi ampiamente deterritorializzato, il cui principale ispiratore è stato l’egiziano Sayyid Qutb (1906-1966). Questo islamismo radicale, privilegiato dai media occidentali, oggi sta attraversando simultaneamente un periodo di crisi (non è in grado di proporre un qualsiasi progetto fattibile di società) e una fase di espansione, come dimostra l’escalation di violenza che vede protagonisti i fanatici dello Stato Islamico nel nord dell’Iraq. In questa espansione, gli Stati Uniti hanno una responsabilità storica di primo piano. Sin dall’epoca della guerra fredda, si sono sistematicamente impegnati per favorire gli islamisti contro il nazionalismo arabo laico, sospettato di essere asservito agli interessi di Mosca. Quando l’Unione Sovietica invase l’Afghanistan nel 1979, hanno sostenuto ed armato i predecessori di Al Qaeda. Il successivo avvento al potere dei neocon è andato di pari passo con l’adozione di un piano per balcanizzare il Medio Oriente secondo linee etnico-religiose, che ha portato alla rimozione di Saddam Hussein e Muammar Gheddafi (2011), poi all’offensiva contro Assad. Gli israeliani, da parte loro, hanno iniziato ad incoraggiare Hamas contro Yasser Arafat (è da notare che i predicatori Takfir fanno appello ai jihadisti per combattere in Iraq, Siria e Afghanistan, ma non in Palestina). Oggi gli americani si trovano in Iraq a combattere contro gli jihadisti ai quali forniscono il loro supporto in Siria, trovandosi di fatto alleati con la potenza iraniana che fino a qualche tempo fa bollavano come il grande Satana. Questo è sufficiente a dimostrare il carattere incoerente della loro politica.

Alcuni sostengono che non vi sia alcuna differenza tra l’Islam e l'”islamismo”. Chi afferma il contrario è puntualmente insultato, qui come altrove, da alcuni internauti piuttosto arrabbiati. Qual è la sua posizione in merito?

Vadano a spiegarlo ai jihadisti dello Stato Islamico, che trascorrono la maggior parte del loro tempo a massacrare i musulmani! Sono le stesse persone che nel 1935 ci spiegavano che Stalin e Trotsky in fin dei conti erano d’accordo tra loro, o quelle che nel 1968 sostenevano che la disputa cino-sovietica era solo “fumo negli occhi”. Oggi essi credono che l’Iran sia un paese arabo, che gli arabi costituiscano la maggioranza dei musulmani in tutto il mondo, che Hanifi, Hanbalita e Maliki siano dolcetti mediorientali. So bene che meno si conosce un argomento, più si tende a semplificare. Ma poi ci si rende conto che il semplicismo è solo il paravento dell’indigenza mentale. Da parte mia, con gli imbecilli, mi attengo da molto tempo al precetto di non discutere per evitare di esser trascinato al loro livello. Vorrei aggiungere che non ho mai ascoltato tante critiche all’islamismo come in occasione di un recente viaggio in Algeria, per non parlare di una visita ancora più recente in Azerbaigian. Quanto a coloro che dicono di essere in “guerra totale contro l’Islam”, quindi contro un totale di 1,6 miliardi di persone, rendo omaggio al loro ardimento e gli auguro buona fortuna!

Fonte: Intervista di Nicolas Gauthier per Boulevard Voltaire (2 settembre 2014)