Tra i paesi dell’Eurozona sono in tre, per ora, ad avere effettivamente chiesto aiuti finanziari all’Ue. La Spagna, per adesso, è in bilico. L’Italia invece – che secondo il premier Monti sta per superare la crisi (la famosa luce in fondo al tunnel) – sembra ancora lontana da una simile richiesta.

Il nostro destino, quindi, come quello dei restanti paesi europei è tutto nelle mani dell’economia, ovvero del caso. L’economia liberale su cui si basa il nostro mercato, infatti, è teoricamente un gioco d’azzardo, il cui esito dipende dalle imprese, dai consumi e dai consumatori, dal mondo del lavoro, dalla competitività, insomma da quella imprevedibile ed irrazionale legge del più forte che è il principio primo del liberalismo e di ogni democrazia occidentale. Tuttavia gli ultimi eventi europei non sono poi così imprevedibili, ma, anzi, sembrano avere all’origine una serie di circostanze che li rendono razionali e rigorosi.

La crisi Irlandese ad esempio, dovuta in parte alla speculazione interna nel settore immobiliare, causa di un mercato privo di regolamentazioni, e in parte alla crisi globale del 2008, ha fatto si che il governo chiedesse aiuti all’Ue pari a 67,5 miliardi di euro. Questo prestito iniettato nel mercato (ovvero nelle banche) dal tasso di interesse superiore al 6%, ha richiesto al popolo irlandese come garanzia delle riforme di austerità. Allo stesso modo per il Portogallo sono stati stanziati 78 miliardi. In Grecia, secondo il sole 24 ore, tra prestiti ed interventi della Bce, sono stati iniettati nel mercato 313 miliardi.

L’Italia e la Spagna per risanare il debito pubblico dopo la crisi del 2008, hanno già messo in atto le manovre di austerità (tagli, fisco, pensioni, liberalizzazioni) per rispettare il patto di bilancio europeo, ovvero il fiscal-compact, che entrerà in vigore dal primo gennaio 2013. Se questo patto di bilancio – che impone ad ogni Paese che il deficit pubblico non superi il 3% del Pil – non viene rispettato da un paese firmatario, scatteranno delle sanzioni automatiche. Per i paesi che necessitano ancora di aiuti pubblici è nato ufficialmente l’Esm, il meccanismo di salvataggio Europeo, un fondo salva stati abbastanza controverso, di cui si è parlato fino ad ora troppo poco (articolo qui).

Dunque, da questo schema si evince una logica precisa, e se l’Irlanda e il Portogallo possono servire da esempi, quello che ci viene in mente immediatamente è la possibilità che, a breve, anche l’Italia chieda un aiuto finanziario. La Spagna ancora prima di noi, poi a seguire tutti gli altri. Perché effettivamente, queste misure che richiede la Troika sembrano non funzionare. Gli Irlandesi, con le ultime manifestazioni e con il loro secco “ no” alla housebold tax (la nostra Imu) ci hanno dimostrato il loro dissenso verso le politiche del governo, che dal 2008 non hanno un vero impatto sulla crescita. In Grecia il popolo, dopo il governo tecnico di Papademos, ha messo a ferro e fuoco la penisola, e, anche dopo le elezioni che di democratico hanno avuto poco (articolo qui), continuano a manifestare. In Spagna sono scesi in 10.000 indignados qualche giorno fa davanti al Parlamento chiedendo, anche violentemente, le dimissioni del governo. Secondo un sondaggio del giornale “el Pais”, le politiche del premier Rajoy non vanno giù al 71% degli spagnoli.

L’incompetenza di tutti i governi dei paesi più a rischio dell’Eurozona, nella loro incapacità di prendere misure e di portare avanti riforme adeguate per una crescita reale è sconvolgente, però ha una sua logica sul piano di questa Europa economica, che vuole entrare sempre di più nella vita politica di ogni nazione.

Insomma la nostra Europa non è lasciata al caso, non è lasciata nelle mani delle (non) leggi del mercato, ma anzi segue delle politiche economiche rigide e logiche che si pongono un obiettivo e lo raggiungono. Sia Rajoy, che Monti o Samaras, possono dimostrarsi incompetenti da un lato nel risolvere la crisi e i problemi ad essa relativi, ma dall’altro stanno seguendo un rigoroso quanto spaventoso filo logico che finirà per mettere definitivamente in piedi un’Europa che non abbiamo scelto.