La globalizzazione ha ampliato gli orizzonti conoscitivi, ha moltiplicato le possibilità economiche, ha favorito l’integrazione e le relazioni tra mondi diversi, ha creato autostrade mediatiche senza confini. Come le merci, gli uomini, le idee e i capitali finanziari, così anche l’informazione circola a ritmi frenetici attraverso canali mediatici di diversa natura. Ma chi gestisce tutto questo? Chi lo controlla? E’ davvero una mano invisibile a regolare i flussi economici, comunicativi ed ideologici? Ma sopratutto, come utilizza questo maremoto virtuale chi viene a capo del suo funzionamento? Sono domande che richiederebbero analisi esaustive. Ciò che è certo è che l’informazione, nascosta sotto il decorato mantello della globalità, della libertà di espressione, della modernità e della fruibilità, si trova ad essere, oggi più che mai, al servizio delle ideologie. Ideologie nuove, poste in essere da quello che i sociologi Hardt e Negri chiamano l’Impero: un’entità senza volto né confini geografico-territoriali, che si erge a guida giuridica e morale del mondo globalizzato, che utilizza la violenza per mantenere il controllo e che la giustifica in nome della libertà e della democrazia. Informazione dunque schiava del pensiero tecnocratico, della società razionalizzata, complice dei nuovi capitalisti dell’industria culturale e della conoscenza. Vittima di una trasformazione strutturale e funzionale: da strumento di emancipazione individuale e collettiva, l’informazione diviene strumento di potere, di sottomissione, di controllo, di inibizione delle coscienze. Ogni tentativo di controinformazione è attaccato alla radice, come un meccanismo che si innesca automaticamente ogni qual volta vengono lese le pareti e i capostipiti del pensiero moderno. Di tutto questo, più o meno consapevolmente, sono vittime anche i cittadini italiani, e parte dei “dotti” pubblicisti ed editorialisti, al soldo dei giornali di partito, sono egualmente vittime e complici della diffusione del pensiero moderno dominante. “Informarsi per conoscere” diviene mero slogan, subordinato a quello di “Disinformare per far conoscere”. Ma far conoscere che cosa? Quello che è bene che venga conosciuto, ciò che permette al Sistema di persistere nel tempo e nello spazio, tacendo ciò che è opportuno che il cittadino moderno, libero ed emancipato, mobile ed interattivo, non sappia, modellando la realtà secondo la forma pura della menzogna e dell’ideologia, definendo il “Buono” e il “Cattivo”, il nemico da combattere, i nuovi modelli socioeconomici. In questo quadro apocalittico, sono gli intellettuali dissidenti a fare la differenza, coloro che, venuti a conoscenza di questo articolato sistema di disinformazione, lo combattono con la controinformazione. Ed ecco che si apre un orizzonte di soluzioni nuove: rimettere tutto in discussione, non accettare passivamente una realtà che sembra non avere alternative, destarsi dal torpore diffuso della modernità, rompere gli schemi, adempire finalmente all’imperativo che contraddistingue fisiologicamente la figura del giovane intellettuale: il carattere rivoluzionario.