“Compañeros juremos no dejar las armas de la mano hasta ver al país enteramente libre o morir con ellas como hombres de coraje” – José de San Martin

Il Sudamerica, prima della colonizzazione da parte delle corone iberiche, fu un territorio che non poteva considerarsi uniforme ed omogeneo, ma anzi nettamente vario e frammentato. I confini, per la mancata presenza degli stati e dell’attuazione della loro sovranità in uno spazio delimitato, non ebbero mai una definizione precisa, e, al contrario, i continui spostamenti delle tribù indigene e l’assidua affluenza dei popoli provenienti dal circondario asiatico modificarono sempre le frontiere e la divisione territoriale.

Fu solo con Colombo, e lo sbarco nel 1492 sulle rive di San Salvador, e in seguito con Amerigo Vespucci, che il fenomeno coloniale, esportatore della forma istituzionale di Stato, diede vita ad un vero e proprio melting pot contro la varietà etnica, e ad una popolazione polimorfica sparsa in tutte le regione, si contrapposero quelli che negli anni divennero i tratti biologici sudamericani, ancora oggi non del tutto amalgamati. Ma l’espansionismo imperialista, spagnolo e portoghese, oltre a creare i popoli dell’America Latina, in buona parte grazie ad una più solida composizione politica, contribuì all’unità civile, sociale e soprattutto spirituale dei paesi.

Se l’unità politica che la colonizzazione volle mettere in atto in quei territori fu inizialmente più ideologica che non assiduamente concreta – si badi ai forti movimenti ribelli degli Inca già nella prima metà del XVI secolo – possiamo indubbiamente sostenere che l’evangelizzazione attuata dalla Chiesa spagnola ebbe un’influenza notevole su tutto il tessuto sociale.

Gli organi politici e istituzionali, pertanto, rimasero fedeli ai principi di unità delle monarchie iberiche, e la figura autoritaria incarnata dal monarca, legittimato dalla nascente cattolicità dell’unico Dio, in opposizione alle originarie tendenze pagane di quei popoli, contribuì, per quanto ne fosse in grado, a richiamare concetti di ordine e di unità.

Se fu per vera necessità spirituale e devozione, in un contesto di genocidi e schiavitù, o se per obbligo imposto dalle forze evangelizzatrici, non lo sappiamo, ma la cristianità espanse la sua fede sulle popolazioni del Sudamerica con grande successo, e ancora oggi, in maniera molto omogenea, la Grande Chiesa romana resta la guida spirituale della maggior parte di questi popoli.

Se guardiamo al profilo politico, civile, economico, culturale e religioso, la colonizzazione è veramente intervenuta nel concreto, fino a smussare nel tempo, almeno in buona parte, le immense fratture etniche che rendevano il sud del continente americano uno spazio eterogeneo di flussi migratori di differenti etnie. Un continente senza popolo, e ora dei popoli assoggettati ad un altro continente.

Ma parlare di America Latina, in quanto tale, in quanto unità di paesi etnicamente e culturalmente simili, rimarrà difficile fino agli ultimi anni del Settecento, quando l’America diventerà propriamente “latina”, di quella civiltà latina della lingua, della cultura e della religiosità che la caratterizzano tutt’ora. Ma di che civiltà stiamo parlando? Di che latinità? Senza dubbio il Sudamerica – retto nel contesto sociale dalla forte predicazione d’impronta cristiana, e in quello politico dall’intellighenzia creola, di impostazione illuministica – seppure geograficamente situato oltre l’Occidente, si incastona perfettamente, sulla più alta scala gerarchica delle caste elitarie, nei gangli degli ideali, dei valori e dei modelli di sviluppo della mentalità europea.

Sarà proprio il vento europeo, invero, il vento delle rivoluzioni di Francia ed Inghilterra, ma anche il vento dell’America del Nord, divenuta indipendente qualche anno prima, nel 1776, a dare vita ai primi moti rivoluzionari che recisero il rapporto coloniale tra le province e le due monarchie iberiche.

L’Illustracion, l’Illuminismo, il predominio della ragione sulla fede, della ragione come motore storico, smuoverà, tramite le nuove élite, gli spiriti dei popoli a rivendicare la volontà nascente di libertà e autosufficienza nei confronti della dominazione e dello sfruttamento coloniale. Diamanti preziosi, metalli, forza lavoro, schiavi: le riforme attuate dai Borbone e dal Marchese di Palombal accrebbero gli scambi solo verticalmente, lasciando in una zona marginale l’importanza delle province, rese mere zone di approvvigionamento e sfruttamento di risorse primarie. Ma questo profondo sopruso venne sempre legittimato dal particolare rapporto in cui vertevano il potere spirituale degli operati ecclesiastici e il potere temporale spagnolo o portoghese, dove il primo autorizzò sempre l’autorità e la sovranità, divinamente giustificata, del secondo.

Ma il vento europeo cambiava gli ordini istituzionali e capovolgeva le gerarchie delle due grandi potenze europee anglo-francesi, sovvertiva e secolarizzava l’ordine politico scindendolo dall’ordine religioso, per la profonda influenza della filosofia illuministica, e venne assorbito dalle provincie sudamericane sino ad indire i primi movimenti contro la Corona di Spagna, guidati da precetti fondamentali sui quali si intendeva costituire un ordine indipendente: Popolo, Costituzione, Libertà, Patria.

Ma d’altro canto, con la concezione organicistica dello stato come organo sociale, o per meglio dire, come una vera e propria famiglia, con il re alla testa , quest’ultima figura unica ed autoritaria non venne rimessa inizialmente in causa dai rivoluzionari latinoamericani che, in tutto il tessuto sociale, proprio per l’impostazione statale, operavano per la conquista dell’indipendenza ciascuno con i propri mezzi, dal nobile, al chierico, al letterato e all’artigiano. La religione fu il collante essenziale di tutta la struttura.

La prima vera sommossa dei popoli latinoamericani – su cui le riforme palombiane e borboniche avevano già addossato dure tensioni – fu causata dagli eventi europei, e tra questi le invasioni napoleoniche del Portogallo e della Spagna, nel 1807 e nel 1808. Se il Brasile rimane un caso a parte, meno violento e distruttivo, il profondo vuoto di potere lasciato dall’Empereur nella penisola iberica – quando imprigionò il re Carlo IV e il figlio, l’erede al trono, Ferdianando VII – venne interpretato da tutti i rivoluzionari come il momento perfetto per l’indipendenza.

L’istituzione autoritaria e monarchica, solida, forte, divina, che garantiva l’unità dell’impero, veniva rimpiazzata dal fratello del còrso, Giuseppe, e scomparve nel nulla. La Junta di Cadice, di fronte al nuovo sovrano illegittimo francese, decise di arrogarsi il potere, ma a chi dovevano obbedire gli americani? Il principio di unità che li aveva orientati per secoli si frantumava assieme al reciso cordone ombelicale che li legava alla Corona.

I principali centri amministrativi crearono dunque delle Juntas di coordinamento politico, e tra le più importanti conosciamo quella di Caracas e di Buenos Aires. In un primo momento questi organi istituzionali non vollero mai ribaltare né delegittimare l’autorità della Corona, bensì rappresentare il potere fino al ritorno di Ferdinando VII, il cosiddetto deseado, il desiderato. Ma le élite creole, più astute di quello che davano a credere, avevano in mano la possibilità di recuperare l’indipendenza perduta o almeno di trovare un compromesso. E questo compromesso stava già sorgendo con la redazione di una Costituzione da parte di un’assemblea incaricata dal Consejo di Regencia di Cadice, una costituzione che liberalizzava l’economia, sminuiva i poteri del sovrano spagnolo e che portò buona parte degli strati popolari ad avere la loro prima esperienza elettorale.

Ma una volta sconfitti i francesi Ferdinando VII sciolse la Costituzione e inviò le prime truppe a riportare l’ordine, soprattutto in Venezuela e in Argentina.

A guidare la rivoluzione da Caracas fu l’indipendentista e patriota Simon Bolivar, aristocratico venezuelano nato nel 1783, di formazione illuminista. Prima inviato nel 1810 in Europa per richiedere aiuti per la Juntas di Caracas divenne in seguito presidente della gran Colombia, e nel 1824 dittatore del Perù. Volle abolire la schiavitù e mettere in atto una confederazione di nazioni indipendenti sud americane per riunificare le tensioni frammentarie della caduta dell’impero.

Il grande conflitto tra popolazioni ribelli latinoamericane e il sovrano spagnolo si estinse solo nel 1824, con la battaglia di Ayacucho, pilotata dall’esercito del generale Antonio José de Sucre, esercito dai contingenti militari provenienti dal Perù, dalla Colombia, dal Cile e dall’Argentina.

Ma questi popoli furono prima liberati dalla prorompente ascesa di Bolivar, che dalle regioni del Nord sconfisse le truppe spagnole sino all’Ecuador, per poi fermarsi in Perù, dove si asserragliavano le ultime forze conservatrici. Ad attenderlo vi era José de San Martin, generale argentino, che oltrepassò le Ande e il Cile per arrivare anch’egli in Perù dove proclamò l’indipendenza e inflisse numerose perdite tra le file realiste fedeli alla corona, senza però arrivare al loro crollo definitivo. I due liberatores unirono i loro eserciti a Guayaquil nel 1822, seppur l’uno, Bolivar, ambiva ad una confederazione di repubbliche unite ma indipendenti, e l’altro proponeva una soluzione monarchica sotto la corona di qualche principe europeo. Ma Bolivar ne uscì vittorioso e prese in mano le redini dell’operazione che sconfisse definitivamente gli spagnoli nella sierra peruviana.

Tuttavia, prima dell’Indipendenza, nel contesto di crescenti moti insurrezionali, si mise in atto, nel 1823, la dottrina Monroe, dottrina che i paesi del Sudamerica ancora oggi, fanno fatica a dimenticare. Nel 1822 gli Stati Uniti riconobbero l’indipendenza dell’America Latina, mentre il futuro dei nuovi stati era ancora incerto. La dottrina prevedeva l’esclusione di qualsiasi possibilità di intervento delle potenze europee negli affari delle ex-provincie, per proteggere direttamente la libertà e l’autonomia di questi paesi, e per aprire le porte ad un periodo di grande monopolio economico e diplomatico sul sud del continente. In cambio gli Stati Uniti sarebbero rimasti fuori da qualsiasi conflitto intra-europeo e coloniale.

Gli Stati Uniti a questo punto, che si opponevano all’arcaica civiltà europea ancora impregnata nell’assolutismo monarchico, si fecero l’incarnazione di quel faro democratico a cui ancora oggi la politica internazionale statunitense fa riferimento, sino ad esportare il loro modello di democrazia nei paesi del sud del continente.

Le nuove nazioni indipendenti, intanto, non avevano un vero stato alle spalle che potesse coordinare a pieno i movimenti istituzionali ed economici della società, oppure, se ce lo avevano, era uno stato ancora autoritario, di origine organicistica tradizionale, impregnato nell’antica impostazione culturale.

L’Indipendenza dell’America Latina non fu facile, né fu, tantomeno, un vero e proprio trionfo, bensì un processo che si affinò nel tempo. La dottrina Monroe, con l’età liberale della seconda metà dell’Ottocento, investì l’aerea di un notevole progresso tecnico di modernizzazione, con intensità diversa secondo le regioni. E i nuovi Stati-Nazione riuscirono col tempo ad avere politicamente ed istituzionalmente un vero e proprio controllo legislativo sul loro territorio. Ma la partecipazione al potere rimaneva sempre limitata, in mano ad un’élite oligarchica, essenzialmente bianca e che, seppure meno aristocratica, era d’impronta rigidamente borghese.

Nel 1904 però, Theodore Roosevelt, presidente degli Stati Uniti, rivendicò il diritto d’intervento economico e civilizzatore, per garantire ordine e stabilità nel Sud del continente, in modo spesso violento e del tutto illegittimo, contro una sovranità nazionale che da poco i popoli latinoamericani erano riusciti a conquistare.

Se per un lato quindi la dottrina Monroe fu fonte di sviluppo, d’altra parte le politiche internazionali che gli Stati Uniti portarono avanti, in modo spesso unidirezionale, furono a sfavore delle sovranità nazionali che lottano ancora oggi contro una forte pressione da parte del faro “democratico” che dal 1945 non smise mai di esportare i suoi modelli e le sue volontà.

Ancora oggi ci si interroga sul motivo per il quale la crescita economica e sociale dei grandi paesi latinoamericani rimane sproporzionata rispetto alle grandi quantità di risorse; sopratutto per quanto riguarda le materie prime, i giacimenti di petrolio, e anche la grande forza lavoro. E se spesso le cause sono chiare, rimane solo da carpirne i veri fautori.

Bibliografia: Loris Zanatta, Storia dell’America Latina Contemporanea.