Dopo quanto già dimostrato con il Job Act, il governo Renzi non smentisce la sua natura aggressivamente neoliberista, e opera di conseguenza anche per quanto riguarda le nomine dei dirigenti delle maggiori aziende pubbliche. Per quanto riguarda Eni, il nuovo amministratore delegato è Descalzi, mentre Marcegaglia assume il ruolo di presidente. Per Finmeccanica, Moretti (ex delle Ferrovie Italiane) nel ruolo di amministratore delegato, e De Gennaro riconfermato come presidente. In merito a Poste Italiane, Caio nominato amministratore delegato, mentre Todini è il nuovo presidente. Per quanto riguarda Enel, invece, Starace è il nuovo amministratore delegato, mentre Grieco il presidente. Oltre alle due cariche maggiori, però, sono stati rinnovati anche i consigli di amministrazione, e dalle scelte effettuate è possibile intravedere le caratteristiche stesse del tanto propagandato intento riformatore. Le presenze di Zingales nel consiglio di Eni, e di De Nicola in quello di Finmeccanica, attestano che si è verificato un vero e proprio assalto dei liberisti alla guida delle società del capitalismo di Stato. Fino a poco tempo fa, queste figure si sono distinte (Marcegaglia in primis) per il loro costante parere negativo riguardo all’intervento pubblico nell’economia (naturalmente, soltanto quando ciò non serve a salvare istituti bancari in difficoltà o a rimettere in sesto la Fiat di turno). Il fatto, quindi, che questi esponenti della classe (e, di conseguenza, dell’ideologia) dominante siano stati scelti per queste cariche simboleggia soltanto la volontà sempre più forte, da parte del governo, di accelerare maggiormente i processi di privatizzazione di questi enti pubblici. Come già detto, questa svolta ha seguito in maniera ortodossa le altre decisioni intraprese dal governo sulla base dell’impegno neoliberista. Su questo fenomeno, il fatto stesso che Federica Guidi sia stata nominata ministro dello Sviluppo, la dice lunga sulle intenzioni e sulle premesse iniziali. Già nella figura della Guidi, infatti, è presente una caratteristica che accomuna molti degli attuali nominati alla guida delle aziende di Stato: il conflitto d’interesse. Oltre, come detto, al ministro dello Sviluppo, imprenditrice già ai vertici della Ducati Spa, che giustificava la necessità delle delocalizzazioni e soprattutto legittimava i tentativi della Fiat di allontanarsi definitivamente dall’Italia (nonostante i costanti sforzi pubblici della comunità nazionale, durati decenni, per sostenere e favorire il gigante automobilistico), anche Marcegaglia è in aperto conflitto di interessi con la nuova carica assunta, visto che la società di famiglia, tra le più importanti riguardo la trasformazione dell’acciaio, ha intrattenuto legami con Eni, finendo addirittura in una vicenda di tangenti pagate dall’amministratore delegato del gruppo Marcegaglia ad un manager di Enipower. E sembra infatti proprio la ex presidente di Confindustria ad incarnare, in maniera magnifica, le qualità richieste per portare avanti lo smantellamento delle realtà produttive nazionali: essere cioè, come lei, un membro ben integrato nella lunga tradizione del capitalismo italiano, in passato favorito dallo Stato attraverso l’intervento pubblico e l’evasione fiscale, oggi in primo piano impegnato nella sempre maggiore precarizzazione della forza lavoro, nel tentativo di risollevarsi e di combattere a miglior livello con la concorrenza internazionale. Di Moretti, nominato a Finmeccanica, certamente non è possibile dir di meglio, vista l’esperienza alla guida di Ferrovie Italiane. Al suo operato, celebrato dalla propaganda per aver riportato in attivo i conti dell’ente, sono legati i drastici tagli al personale e alle cosiddette linee non redditizie, con la conseguenza di aver ridotto l’organico interno ai minimi termini e di aver letteralmente spezzato il Paese in due tronconi, visto che il Mezzogiorno si è ritrovato isolato e senza collegamenti ferroviari con il resto della penisola. Di tutto quanto annunciato dal governo Renzi, poco o nulla è stato rispettato. Si era detto di una rottamazione e di una svolta progressista, mentre, in realtà, le nomine hanno riguardato figure già ben integrati nel sistema, tutt’altro che lontane da interessi personalistici. La scelta di inserire un numero più elevato di donne semplicemente non ha cambiato l’essenza della questione, ma è servito esclusivamente ad accontentare le richieste più superficiali che venivano dall’opinione pubblica. L’unica certezza è che il governo Renzi sta puntando molto sulla privatizzazione delle società del capitalismo di Stato, e le sue ultime scelte sono state le dirette conseguenze di questa volontà.