«L’Italia dell’evasione fiscale, comportamento deviante per quanto diffuso, non merita di essere associata alla parola Italia». Questo è quanto ha dichiarato il nostro Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano nel corso di un intervento agli Stati generali del volontariato di Protezione civile lo scorso 13 aprile. Parole tanto dure quanto doverose, che mostrano la necessità di condannare un’abitudine molto diffusa nel nostro paese che denota troppi interessi in logiche particolaristiche o asociali di scarsa considerazione o aperto dispregio dell’interesse generale. Si, perché evasione fiscale vuol dire anche mancanza di coinvolgimento nella “cosa pubblica”, carenza di rispetto nei confronti delle Istituzioni repubblicane e verso la maggioranza dei cittadini del nostro paese che, nonostante la profonda crisi nella quale ci troviamo, continuano a compiere il loro dovere di Italiani. Certo, il regime fiscale nel quale ci troviamo è considerato piuttosto consistente, in particolar modo dopo il subentro del governo Monti alla guida del paese, che ha reintrodotto la tassa sulla prima casa (IMU) e aumentato le accise sui carburanti, solo per citarne alcune. Tutte tasse indubbiamente necessarie per ripianare i conti dell’Italia che si trova ad affrontare la gestione di un debito pubblico dalle proporzioni gargantuesche, con un rapporto debito/PIL superiore al 120%.

I dati parlano chiaro, l’associazione dei contribuenti italiani rende noto che nel 2011 l’imponibile evaso in Italia è cresciuto del 13,4%. Tradotto in cifre si parla di un’evasione di 180,9 miliardi di euro l’anno. In queste stime realizzate dalla KRLS Network of Business Ethics, sono state prese in esame cinque aree di evasione: l’economia sommersa, l’economia criminale, l’evasione delle società di capitali, l’evasione delle “big company” e quella dei lavoratori autonomi e piccole imprese. Dai dati presentati evince che le prime quattro categorie di evasori rappresentano il 96% dell’imponibile evaso nel 2011. Quindi la lotta all’evasione dovrebbe concentrarsi su queste tipologie di aziende e in secondo luogo sulle piccole imprese che spesso eludono il fisco per tentare di sopravvivere ed evitare così il fallimento (pratica ugualmente non giustificabile).

Da qualche mese a questa parte è stata lanciata una campagna anti-evasione, composta principalmente da spot pubblicitari nei quali l’evasore è equiparato ad un parassita della società che grosso modo vive sulle spalle dei suoi concittadini non contribuendo finanziariamente al bene dello Stato. Inoltre da quando si è insediato il governo guidato dal Premier Mario Monti è stata messa in atto una discreta guerra all’evasione che ha prodotto risultati decenti, partendo dai blitz nelle località turistiche invernali più in voga, per citarne alcune Cortina d’Ampezzo e Courmayeur, e passando per le principali grandi città italiane, Roma, Milano e Napoli. Ma queste azioni lampo sono state più delle sorte di spot il quale obiettivo era di sensibilizzare la popolazione e dimostrare la decisione ed efficienza del nuovo governo. In realtà le principali azioni andrebbero concentrare nel perseguimento dei “Grandi evasori” e solo in un secondo momento sui  negozi del centro di Cortina o di Via dei Condotti che magari si, non fanno qualche fattura ma che certamente non pesano in maniera troppo importante sulle casse dello Stato. Chi sono i “Grandi evasori”? Principalmente grandi società che ad esempio praticano troppo frequentemente il “transfer pricing”, ossia un procedimento che permette di spostare costi e ricavi tra le società del gruppo in modo da trasferire l’eventuale tassazione nei paesi con meno controlli fiscali. Sono solite fare uso di queste “tecniche” anche le società offshore che pur registrandosi in base alle leggi di stati con regimi fiscali favorevoli, mantengono la propria attività sul nostro territorio. In questo caso la legislazione italiana (L. 28 dicembre 2005 n. 262) attribuisce al Ministero della giustizia  il potere di determinare gli Stati «i cui ordinamenti non garantiscono la trasparenza della costituzione, della situazione patrimoniale e finanziaria e della gestione delle società» . I controlli sono tuttavia spesso insufficienti e permettono a questi “parassiti della società” di farla franca.

Il principale inganno del governo Monti, non sta nel gonfiare le cifre, che effettivamente si aggirano intorno ai tredici miliardi “recuperati” nel primo trimestre di quest’anno, ma nel fatto che questa somma non è stata realmente riportata nelle casse dello Stato. In realtà, questa è una stima di quanto gli evasori, “beccati” dalla Guardia di Finanza, devono al fisco. Prima che l’ammontare venga realmente recuperato si dovranno localizzare fisicamente i conti e aspettarsi innumerevoli ricorsi e controricorsi da parte dei furbetti. Il presidente del consiglio Monti ha dichiarato recentemente che il denaro recuperato con la caccia all’evasione servirà da contrappeso per un futuro abbassamento dell’aliquota fiscale, ma di questo passo, trascorrerà parecchio tempo prima che ciò avvenga. Un ulteriore motivo di difficoltà nel recupero dei patrimoni evasi è la mancanza di veri e propri accordi stabili tra Roma e Berna. Difatti le stime valutano di circa 160 miliardi di franchi (130 miliardi di Euro) il tesoretto italiano depositato nei forzieri delle banche svizzere.

Questa gravissima abitudine tipicamente italiana – nonostante nessuno stato europeo ne sia realmente al riparo – deve essere contrastata con tutti i mezzi più efficaci dei quali dispone l’apparato amministrativo e giudiziario del nostro paese, ma un altro passo fondamentale sarebbe promuovere l’educazione civica ed il rispetto delle istituzioni statali. Pagare tutti per pagare meno!