Si è chiuso ieri a Camp David il vertice del G8, il summit che accoglie le otto più grandi potenze industrializzate del mondo. Un vertice necessario dopo un’Europa che mostra le crepe della crisi economica. Infatti tra gli argomenti principali si è parlato proprio  di Ue e delle nuove misure da prendere come alternative all’austerity, un peso sempre più soffocante sulle spalle dei popoli. Il vecchio continente invero sta tremando, e la politica economica che la Commissione – sotto il faro d’influenza della Bce, del Fmi, degli Stati Uniti, e del rigore tedesco – ha sino ad ora portato avanti, tra spread, fiscal compact e spending review, più che aver dato un forte stimolo all’economia reale, viene ora (più o meno) rimessa in causa dai suoi stessi fautori.

Tuttavia, purtroppo, tra tutte le possibili proposte, una vera alternativa non esiste. Si parla ancora di un’Europa “forte e unita”, che miri alla crescita e contenga i deficit. Si parla di promuovere l’occupazione con misure diversificate asseconda delle esigenze di ogni paese, ma il tutto sempre all’interno di uno stesso modello istituzionale, quello dell’Unione Europea, che le ultime elezioni – sia italiane (con il boom di Grillo), sia greche (con l’ascesa di Syriza e Alba d’Oro), ma anche tedesce (il Partito dei Pirati) e poi francesi (con un Fronte Nazionale davvero antisistema) – sembrano avere fermamente rimesso in causa.

La Merkel invece insiste con la linea dell’austerità, ma si vede costretta a cedere al compromesso con il presidente francese, con Obama, e con il tecnico italiano. Tuttavia sulla Grecia il cancelliere tedesco non si muove, e la penisola ellenica deve rispettare “gli impegni presi”, come si legge nella parte conclusiva della dichiarazione del vertice.

Hollande non perpetra la linea europea presa dal suo predecessore Sarkozy, mentre Mario Monti si vede costretto, in un panorama come quello italiano, a proporre qualche novità al prossimo consiglio Europeo. Il presidente Americano non può permettere che la crisi superi l’atlantico in modo troppo aggressivo, sopratutto quando alle prossime elezioni il consenso sarà fondamentale per affrontare un candidato “forte” come Mitt Romney.

Il premier italiano è deciso a proporre la “golden rule” come misura per incentivare la crescita. Si tratta quindi di eccedere al limite del debito pubblico imposto dal fiscal compact, per rilassare l’economia e permettere all’Stato di fare investimenti sul mercato interno. Insomma, una deroga ai conti che permetterebbe di smuovere l’occupazione e l’economia reale. Un Keyenes dimenticato sembra quasi riaffiorare nelle menti di qualche tecnico furbo o molto smemorato. Più difficile invece sembra la mossa di Barroso, che propone i project bond. Il presidente della Commissione europea cerca infatti “misure coraggiose, riforme strutturali e investimenti mirati che siano sinonimo di crescita”. Ma i project bond, da approvare al prossimo consiglio europeo, sono obbligazioni che coinvolgono capitali privati per finanziare nuovi progetti di investimento. Questa soluzione non è molto alternativa e rimane nell’ottica di un indebitamento finanziario che, come abbiamo visto, per quest’Europa, è stato già fatale.

Il martoriato panorama europeo, sembra aver svegliato solo ora, dopo le elezioni nei diversi paesi, la coscienza di un’Ue che deve fare adesso i conti con la democrazia. Ma questa sfida, finché rimane circoscritta in un sistema ancora finanziario, ancorato alla legge merkeliana del “più forte sul più debole”, non faremo che posticiparla.