Non c’è niente da fare, i partiti italiani hanno una naturale predisposizione alla larghe intese e all’inciucio. Succede ininterrottamente dal 1852 al 2013, si è passati da Cavour-Rattazzi a Letta-Alfano.

E a pensare che fino a poco tempo fa si parlava ancora di Seconda Repubblica, di democrazia dell’alternanza e di bipolarismo. Bruno Vespa intitolava un suo dimenticabile libro “L’Italia spezzata”. Uno dei motti più triti e ritriti di questi anni è stato “Lo scontro tra berlusconiani e anti-berlusconiani è ormai insanabile”. Una cosa però ai politici di questa pseudo seconda (pseudo)repubblica va riconosciuta: in certi frangenti sono riusciti a dissimulare abilmente la loro comune condivisione di intenti. Ormai però dal novembre 2011 ogni maschera è stata gettata e si stanno mostrando per quello che sono: una manica di affaristi, professionisti della contrattazione e del compromesso. Esemplifica questo continuo “teatrino” il fatto che se le danno di santa ragione a Ballarò, poi una volta che Floris ha finito con le sue domande “insidiose” si danno la mano, si chiamano per nome, e, se ci scappa, si vanno pure a fare uno spaghetto insieme.

E come potrebbe essere altrimenti? Qual è stato il partito che nella prima repubblica ha meglio rappresentato il comune sentire del popolo italiano inglobando al suo interno voci (fintamente) discordanti, ma alla fine convergenti verso un unico obiettivo (quello della conversazione del potere)? La Dc. E da chi sono composti oggi i due maggiori partiti italiani? Nient’altro che da democristiani. Purtroppo però una discontinuità c’è stata, il salto generazionale non ha ci ha giovato. I democristiani di una volta, sì rubavano, ma almeno erano persone preparate, con un’ideologia forte, con una certa cultura. I democristiani di oggi invece sono il trionfo della mediocrità e dell’incompetenza, parlano per frasi fatte, monotoni, sono settati per dire certe cose e le ripetono fino alla nausea. C’è da pagare oro per trovare qualcuno che dica qualcosa di vagamente “contro-intuitivo” e i giornalisti italiani delle grandi testate non sono da meno anzi per degli aspetti sono anche peggio.

È un fenomeno radicalmente l’italiano quello di diventare democristiano. Il processo di democristianizzazione è qualcosa d’ineluttabile e travolgente che non risparmia nessuno. E non si tratta soltanto di iscrizione materiale al partito, ma di un comune sentire che li unisce tutti: chi si credeva comunista è diventato democristiano e quelli che un tempo facevano i fascisti non hanno potuto resistere al richiamo dello scudo crociato.

L’essere democristiano è una condizione antropologica; questo è acutissimo nella critica, professionista delle proteste di piazza e degli scioperi. Poi quando la situazione comincia a farsi seria subito si ridimensiona passando dalla disobbedienza civile al solerte “signorsì”.

Stiamo vivendo una drammatica e irreversibile reductio ad Casinum. Il povero Pierferdy sebbene oggi sparito dallo scenario politico italiano, vede compiersi il suo sogno erotico più recondito e perverso: quello di vedere Enrico Letta e Maurizio Lupi insieme in un governo. E chi lo ferma più Ferdinando? Vorrà assolutamente partecipare pure lui. Lui che per anni ha condannato il bipolarismo muscolare (non esimendosi però dal rincorrere una volta Berlusconi e il giorno dopo Bersani) sicuramente in questi giorni tra un gemito di piacere e l’altro starà ripetendo sotto voce “ve l’avevo detto io…”

E da tutto questo cosa resta? Sì, forse Pierferdy ha ragione: il bipolarismo italiano è fallito, anzi il bipolarismo in realtà non c’è mai stato. L’Italia in 150 anni di storia è stata incapace di concepire politiche radicali. Poi qualcuno ha deciso che non avevamo diritto a una coperta così larga ed eccoci trovati nella situazione attuale in cui purtroppo siamo costretti a rendere conto a qualcun altro dei nostri affari sotto banco o meglio dobbiamo sottostare agli affari sotto banco molto più grandi dei nostri.

di Paolo Tommaso Tambasco