Da molte settimane cresce il rumore intorno alla legge di stabilità e molte sono le perplessità che arrivano d’Oltralpe: del resto, l’Europa tramite il Presidente della CE Barroso e il suo Commissario agli affari economici Rehn si sono sembrano essersi espressi subito in maniera negativa, salvo un cambio dei toni in extremis e una nota da Palazzo Chigi in cui si afferma la “non bocciatura”. Del resto, tuttavia, poco cambia poiché se si leggono con attenzione le due noti si ha più o meno chiara l’idea di un “rumore” negativo da parte della CE e un tentativo di “salvare il salvabile” da parte del Governo. E’ vero che la legge di stabilità non è stata bocciata – nessuna proposta di modifica è stata avanzata al Governo – tuttavia non si può certo dire sia passata a pieni voti con ampio giubilio universale, pertanto la domanda è: cosa manca?

Nella sua recente intervista il Presidente di Confindustria Squinzi parla della legge di stabilità vista dal mondo delle imprese, insistendo sugli stessi pilastri su cui insisteva anche il suo predecessore Marcegaglia: riduzione del cuneo tramite spending, riduzione della pressione fiscale, dismissione del patrimonio pubblico (e gli altri 7 punti del manifesto presentato un anno e mezzo fa: liberalizzazioni, riduzione dei costi reputati inutili, creazione di società partecipate al capitale privato, ecc). La visione del mondo imprenditoriale non sembra mutata sebbene, invero, un po’ mutati siano i tempi e le condizioni. Condizioni che però non bastano all’Italia – toltasi l’etichetta di “sorvegliato speciale” in Europa – di navigare in acque serene e di sentirsi più o meno al sicuro. Tuttavia nemmeno Squinzi usa mezze misure per esprimere la sua – potremmo chiamarla – bocciatura di questa legge, affermando che i fondi stanziati sono troppo pochi e insufficienti per invertire il “ciclo economico”.

Espressione precisa ma ambigua allo stesso tempo, potendosi interpretare come ripresa dalla stagnazione o approdo verso le crescita (ciò confermando le attese della CE sul PIL italiano previsto da un + 1 al + 1,5 poi riabbassato di qualche punto percentuale), focalizzando però l’attenzione sul rilancio della crescita in un secondo momento: dopo due anni di rigore montiano forse si è capito che non si punta tutto sulla crescita non si può andare avanti. Ma allora come deve essere interpretato l’aumento dell’Iva che pure Monti non aveva attuato ?

L’indirizzo disegnato da Confindustria quindi si pone a mezza via tra le indicazione poco lungimiranti della CE e i tentativi del Governo di restare a galla e salvare il salvabile: forse una delle poche vie “pragmatiche” che fanno i conti con chi, tutti i giorni, cerca di salvare “il suo salvabile” a fronte di uno Stato che, chiesta la mano, ora avanza per il braccio.  Seguire una vita piuttosto che un’altra appare certamente decisivo per un Paese che in questi mesi procede per il suo “punto di non ritorno”, una chiamata a investire per la crescita che se disattesa potrebbe risultare fatale in termini di posti di lavoro e fuga dei cervelli. Tutte cose già predette del resto nel 2008 e allora disattese grandemente.