di Tancredi Sforzin

Nei giorni scorsi è stato firmato a Vienna un primo accordo quadro sui negoziati per il nucleare tra l’Iran e i 5+1. L’orientamento segue lo spirito di Ginevra dello scorso novembre e non pare proporre granché di nuovo. La posizione di Teheran è delicata; sembra a questo punto prioritario procedere al recupero dei miliardi di dollari congelati all’estero per disporre un risanamento rapido dell’economia interna, muovendo anche da quei settori, come il petrolifero e l’automobilistico, che dovrebbero essere alleggeriti dai gravami imposti dai paesi occidentali. E’ infatti per questi settori che si prevede un primo attenuamento delle misure di rigore; tuttavia, la diffidenza da parte iraniana rimane comprensibilmente immutata, anche in relazione agli accordi futuri: nonostante il tatto diplomatico e l’esperienza del ministro degli esteri iraniano Zarif, la possibilità di nuove sanzioni è latente, essendo queste la principale minaccia adottata dagli occidentali per forzare le trattative.

 I colloqui proseguiranno dal 17 marzo prossimo, sempre a Vienna, e saranno preceduti da una visita in Iran della portavoce della politica estera della UE, Catherine Ashton. Saranno ancora messi a tema l’arricchimento dell’uranio, la revoca delle sanzioni e la cooperazione nucleare internazionale. L’eterno ritorno dell’uguale. Un vero nodo gordiano, difficile da districare, sebbene il clima generale si presenti molto più disteso di quanto non ci si attendesse. Il problema è tutto iraniano, perché se da un lato le limitazioni all’arricchimento dell’uranio ridimensionano gli importanti progetti energetici disposti del vecchio governo, dall’altro, l’amministrazione Rouhani è cosciente della gravità dell’economia interna, una situazione che offre il fianco agli eventuali avventurismi neo coloniali dell’amministrazione americana ma soprattutto dei suoi satelliti.

E’ notizia di questi giorni: il Pentagono opererà importanti tagli alle spese militari e al personale, prevedendo, in sintesi, più tecnologia e meno truppe. Questo determinerà inevitabilmente un ulteriore sviluppo della cyberwar, dell’intelligence e all’occorrenza, degli attacchi mirati attraverso i droni. In questi ambiti, non è stato disposto alcun taglio di spesa. Se perciò si renderanno impossibili operazioni come quelle viste negli ultimi 12 anni in Afghanistan e Iraq, non si esclude affatto la possibilità di operare in base strategie di “leading from behind”, di cui la Libia è l’esempio più recente.

Non fosse sufficiente, è del 12 febbraio il rapporto del FMI sull’economia iraniana nel quale, a seguito di un’analisi fin troppo realistica dell’economia interna e delle cause della sua decadenza, si afferma testualmente che l’Iran si troverebbe ora ad un bivio. Esiste la possibilità che in virtù degli accordi del 5+1 l’economia iraniana possa godere di un miglioramento nel biennio 2014-2015, tuttavia, rimangono sul tappeto i cronici problemi di bassa crescita ed alta inflazione. Il FMI propone perciò la promozione di riforme per la stabilità, gli investimenti e la produttività, suggerendo alle nuove autorità di intraprendere un’attuazione rapida e vigorosa di riforme negli ambiti della produzione, del lavoro e del sostegno al credito. Tali attuazioni getterebbero le basi per un’alta crescita e un calo della disoccupazione. Saggi consigli, non fosse che ben si conosce a quale pensiero si informa l’ideologia economica del FMI e quali potrebbero essere le sue applicazioni, specialmente se si considera che la proprietà dei settori strategici iraniani, come quelli del petrolio e del gas, è statale

E’ in questo contesto e in previsione di una crescita nel breve termine che la Guida Suprema ha convocato i tre rami del governo, in occasione della promulgazione della legge fiscale per l’anno iraniano 1393 (2014-2015). Ali Khamenei ha voluto sollecitare fortemente una collaborazione organica tra i vari organi dello Stato, al fine di implementare le politiche generali di “resistenza economica”, già stabilite in un decreto del 19 febbraio scorso. In esso, si imponeva la promozione di un’economia basata sulla conoscenza e la produzione domestica, in particolar modo nei prodotti e nei servizi strategici, per pervenire  ad una conseguente riduzione della dipendenza dalle importazioni. Resistenza anche economica, dunque, probabilmente l’unica ipotesi praticabile in questo momento, al di là dell’apparente distensione.