L’intensa interconnessione tra le molteplici forme di comunicazione, che si sono susseguite nel peregrinare dei secoli, e le modalità di detenzione del potere è essenziale per comprendere l’ascendente che l’informazione ha avuto sui popoli: a partire dalle ancestrali fasi della politica greca delle polis, la trasmissione delle recensioni degli accadimenti e delle notizie quotidiane rappresentava il panem et circenses della comunità territoriale ellenica; a seguire, per lo sviluppo della corrispondenza mediatica è stato determinante il contributo di varie personalità arcaiche e contemporanee: nei primi spiragli del 1200 Gengis Khan congegnò una rete di cavalieri che si sobbarcasse l’onere di rendere edotti i sudditi del suo impero di qualsiasi accadimento potesse affacciarsi all’intero di quei prefissati confini. In epoca relativamente recente, Benito Mussolini ovviava alla impossibilità di presenziare in ogni novero nostrano di aggregazione cittadina assurgendo la radio a strumento di riferimento per allietare le platee cittadine fascistizzate; il crollo del Muro di Berlino sul crepuscolo degli anni 80 e la conseguente tumulazione delle ideologie d’identità hanno spianato ineffabili e cospicue corsie preferenziali alla formazione di un nuovo ordine mondiale che potesse avere il monopolio sulla cultura della divulgazione dei fatti e l’incondizionata ed inoppugnabile vigilanza sul reperimento delle fonti. Così alle soglie del duemila, le sorti del mondo sono incontrovertibilmente decretate da gruppi massonici e da logge bancarie, che più in generale compongono l’organigramma di mobilitazione delle preminenti lobbies del Pianeta; l’aspetto di maggiore rilevanza è però dato dalla questione che la globale riprogettazione politica, sociale e mediale, veicolata da pochi designati dalle conferenze e dalle dimore decisionali quali ad esempio Bilderberg e Goldman Sachs, abbia una fortissima e a tratti inquietante correlazione con il potere.

Non è dunque prodotto della volatilità della casistica che anche la RAI abbia adempiuto ad invogliare ed incentivare alla dedizione europeista in vista delle elezioni di fine maggio, non tenendo conto però che essendo servizio televisivo e di palinsesto pubblico dovrebbe fungere da garante a priori di un’imparzialità di giudizio, dato che, per inciso, sia sostenuto dai contribuenti dello Stivale e in quanto ente nazionale avrebbe l’obbligo di tralasciare le considerazioni dei propri assoldati operatori e dare atto alla deontologia professionale. Invece l’emittente italiana per antonomasia preferisce continuare ad alimentare i dubbi sulla bonarietà della par condicio giornalistica e le idee che sia complessivamente asservita alle losche e poderose autorità finanziarie del Vecchio Continente e globali: è infatti singolare che la Radiotelevisione italiana S.p.A. inneggi all’apologia delle riforme dell’asse Strasburgo–Bruxelles-Lussemburgo, che hanno caratterizzato l’etnocidio dell’ultimo decennio attraverso operazioni di macelleria sociale sui versanti dell’amministrazione monetaria ed economica dei 29 Stati membri dell’UE e dei 18 della Zona Euro, piuttosto che propinare propedeutiche news per assicurare ai milioni di azionisti popolari l’obiettività adeguata. Il tutto mandato in onda per ore e per il dominio collettivo, con la semplicità e l’innocenza di uno spot per deodoranti, piuttosto che catechizzare il cittadino inerte ed inconscio sulle potenziali pericolosità di mancata ritrattazione di alcuni accordi pattuiti al tavolo della Merkel: impensabile che la propaganda di manovre da miliari e miliardi di euro, le quali sanciranno di certo un’ulteriore destrutturazione e un’ennesima deturpazione alle fondamenta della piramide della società civile, venga sfoggiata idolatrando latentemente Fiscal Compact, MES e logiche restrittive d’austerità.

Peccato che l’Unione Europea, nonostante sia stata sponsorizzata per intere decadi con impostazioni diverse e sia nata con un proposito ben chiaro e totalmente divergente dall’odierno, debba patire una tale diffamazione: sembra distante anni luce l’epopea dei Trattati di Roma del 1950, ove personalità di rigore politico come Adenauer, Monnet e De Gasperi definirono la strada maestra per le istituzioni future con un’Europa dei popoli in cui l’imprescindibilità della solidarietà comune fosse preponderante per una coesione e commistione di intenti, politici e sociologici. Bensì oggi si prospetta unicamente un’Europa di percentuali e di piazze d’affari, al di là delle pubblicità di sostegno imperterrito ed ostentato ad una fantomatica ed effimera condivisione di operati che mai raggiungerà i fasti difficilmente riproponibili di un tempo. Louis Blanc, storico e politico francese, nella metà del 1800 abbozzava la teoria degli atelier nationaux, cioè delle fabbriche nazionali che scardinassero la concorrenza e favorissero l’economia statuale tramite un solo sistema produttivo: in Italia, forse, la competitività sarebbe un qualcosa di positivo, specie in ambito cronista e di stampa.