Le condizioni delle comunità cristiane nei paesi del Medio Oriente offrono un interessante spunto al fine di una più approfondita comprensione dei tormenti di quelle regioni, sotto il profilo della libertà e dei diritti, un utile vettore per interpretare il confronto e il contrasto tra il mondo islamico e quello occidentale.

Le comunità cristiane in Medio Oriente non sono costituite solo da stranieri, immigrati e missionari, ma al contrario molto spesso sono rappresentate da popolazioni autoctone che risiedono in quei paesi sin dalla nascita stessa proprio in quelle aree del Cristianesimo, e dunque prima dell’avvento dell’Islam. Ciononostante, la condizione di queste comunità, come noto, si è progressivamente aggravata per motivi vari come, ad esempio, la crescita del fondamentalismo islamico, oppure, paradossalmente, il faticoso sviluppo della democrazia in un assetto precario e ancora difficilmente definibile sul piano del consolidamento dei diritti fondamentali. In più, l’instabilità di alcuni paesi, vissuta negli ultimi anni, ovviamente ha rappresentato un pericolo per le minoranze prima di tutto.

Come accennato in precedenza, la presenza cristiana nel mondo arabo mediorientale è precedente alla nascita dell’Islam e ha apportato, nel corso dei secoli, uno straordinario contributo allo sviluppo culturale, sociale ed economico di quella regione. L’espansionismo islamico, cominciato nel VII secolo, obbligò i musulmani a regolamentare i rapporti con le popolazioni cristiane e non solo. Ai cristiani, come agli ebrei, fu consentito di permanere nella società musulmana e di professare la propria fede a condizione che accettassero il dominio politico e sociale dell’Islam. Tuttavia, una larga misura di limitazioni furono imposte ai non-musulmani che andavano dalla proibizione di ogni attività missionaria fino al divieto delle processioni e alla costruzioni di nuove chiese.

Il periodo che coincise con la prosperità dell’Impero ottomano aprì un nuovo capitolo nella storia di queste comunità cristiane, le quali ripresero vigore grazie al sistema giuridico dei millet, che permetteva ad ogni comunità religiosa di regolarsi con leggi sociali e amministrative proprie. Dopo il primo conflitto mondiale, poi, i cristiani arabi svolsero un ruolo importante in quella rinascita culturale e politica del mondo arabo, che risponde al nome di Nahda, in cui collaborarono con i musulmani nella difficile realizzazione del progetto di superamento delle differenze confessionali in nome della comune matrice araba. Tuttavia, la laicità statale che la Nahda perseguiva non si realizzò perché rimase vigente il predominio di una comunità sull’altra. La nascita dei movimenti islamisti radicali e  intolleranti incrementarono il fenomeno migratorio dei cristiani (verso Europa e Americhe).

 

E’ indubbio che le difficoltà e i soffocamenti che le comunità cristiane subiscono regolarmente nella maggioranza dei Paesi islamici siano evidenti. Esistono discriminazioni specifiche e in alcuni casi legalmente definite, in cui i cristiani e le altre minoranze in genere sono privati della piena titolarità dei diritti. Ci sono due tematiche che potrebbero spiegare più a fondo questa deficit di democraticità: il tentativo dell’Islam di essere onnicomprensivo (religione-società-politica), tendendo cioè ad essere onnipresente in ogni aspetto della vita quotidiana e ad influenzare tutti gli aspetti sociali, e la propensione culturale al rifiuto di rispettare la libertà di coscienza. Di conseguenza, un foltissimo numero di cristiani ha optato per la via dell’esodo, abbandonando le terre mediorientali.

Per concludere, per quanto oggi gli aspetti negativi sembrino prevalere, la questione è ancora in bilico: da una parte il rischio della scomparsa delle comunità cristiane indotto dal radicalismo islamico, dall’altra la possibilità di rinascita nell’ambito del consolidamento e rispetto dei diritti fondamentali.