La crisi ucraina appare ancora lontana da una conclusione definitiva e accettabile, nonostante la recente elezione alla presidenza di Poroshenko. Tra i pochi risultati sicuri vi è stato l’avvicinamento tra Russia e Cina, che ha subito una velocizzazione impressionante proprio in seguito alle tensioni in Europa orientale. “Scottato” dalle ingerenze statunitensi nel cosiddetto estero vicino (di cui Victoria Nuland è stato il personaggio più emblematico) e dall’inconsistenza dell’Unione Europea, Putin ha volto lo sguardo al dragone cinese. 

Appena un mese fa è stato firmato un accordo di portata epocale riguardante il gas, a cui le parti stavano lavorando da più di dieci anni. Un’intesa da 400 miliardi di dollari in trent’anni, che prevede la costruzione di un gasdotto lungo 2.200 chilometri dalla Siberia alla Cina Orientale. L’intesa firmata da Zhou Jiping, a capo di China National Petroleum Corporation (CNPC), e Alexei Miller, Ceo di Gazprom, diventerà effettiva dal 2018. La Russia trova quindi nuovi “clienti” per il suo gas, cautelandosi davanti ad eventuali difficoltà nella vendita ai partner europei.

E bisogna qui sottolineare come l’Europa sia emersa per l’ennesima volta come attore debole, incapace di far sentire la propria voce e soprattutto di agire come un corpo unico. Il timido e isolato tentativo dei paesi del continente di far valere i propri interessi, ha prodotto per ora solo sterili allineamenti alle strategie e alle ipocrite condanne degli Stati Uniti verso l’aggressività  russa. Ciò non fa altro che accelerare la strada verso la stipula del trattato transatlantico sul commercio e gli investimenti (TTIP) tra Usa e Ue, che minaccia di avere conseguenze estremamente negative per la qualità dei prodotti e il sistema sociale di stampo europeo. Senza contare lo “spettro” dello shale gas, su cui le perplessità si moltiplicano di giorno in giorno, e che Obama ha promesso all’Europa nel caso dovesse venir meno l’energia russa. Sembrano lontani i tempi in cui il nostro paese, con il governo Berlusconi in particolare, aveva firmato importanti accordi con Putin ed era stato definito «l’avvocato della Russia in Occidente», scatenando le ritorsioni (nascoste e palesi) degli Usa, come sottolineato recentemente dall’analista Germano Dottori. Le possibilità di tutelare i propri interessi energetici e soprattutto di non appiattirsi sulle posizioni provenienti da oltreoceano si assottigliano.

Al contrario, come testimoniato dall’accordo citato in apertura, Cina e Russia stanno cercando di recitare un ruolo importante nella sfida per la costruzione del multipolarismo, alternativo al modello unipolare degli States.  Tra i due, è la Russia il paese che deve affrontare le maggiori incognite, come il rischio di subire la potenza demografica ed economica dell’alleato asiatico. Aggiungendo alcune problematiche a livello di politica sociale che sembrano profilarsi all’orizzonte. Il dragone invece continua il suo sviluppo e la sua penetrazione economica a livello globale, senza contare le potenzialità che il sottoutilizzato mercato interno potrebbe offrire nei prossimi anni. A livello militare, inoltre, Pechino si sta giovando proprio dell’aiuto e del know-how russo. Tanto che il Consigliere per la sicurezza nazionale di Washington Susan Rice non ha escluso nell’arco dei prossimi dieci – venti anni la possibilità di un conflitto (a “bassa intensità” e presumibilmente nelle acque cinesi) tra Usa e l’emergente potenza asiatica. In uno scacchiere così complesso, da Roma non resta che augurarsi che lo scenario multipolare possa arricchirsi in futuro di una voce e una “potenza” europea e italiana.