A cura di Marco Acernese

Ragionando circa l’oggettività dell’esperienza sensibile umana e del processo di elaborazione mentale cui le informazioni acquisite attraverso i sensi sono sottoposte, non è possibile, qualora ci si imponga di incanalare il ragionamento in questione entro rigidi argini logici, non giungere alla conclusione che l’imperfetto intelletto umano, nell’interfacciarsi all’enorme quantità di stimoli provenienti dall’ambiente esterno, si serva di meccanismi semplificatori automatici volti a discernere quali dei vari segnali siano effettivamente rilevanti e meritino dunque di essere maggiormente presi in considerazione rispetto agli altri. Sembrerebbe che tale facoltà sia andata perfezionandosi sotto le spinte di una potente pressione evolutiva: captare al volo i possibili segnali precedenti un imminente attacco da parte di un qualche predatore, ad esempio, avrebbe implicato alte probabilità di sopravvivenza nel rischioso mondo non fortemente civilizzato. All’inconscia elaborazione prioritaria di un dato evento è poi generalmente associato un preciso comportamento. Lo psicologo e saggista R. Cialdini attribuisce a tale fenomeno l’appellativo di “Clic e via”, con riferimento ad un esperimento etologico, condotto negli anni ’70, consistente nell’esporre ad un tacchino una moffetta (imbalsamata), predatrice naturale del volatile, all’interno della quale era stato precedentemente riposto un registratore in grado di riprodurre il pigolio di un pulcino: il tacchino, naturalmente incline a riconoscere il verso della prole come unico – o comunque preponderante – segnale distintivo della stessa, a registratore acceso, anziché fuggire, si apprestava con disinvoltura ad accudire quello che morfologicamente avrebbe dovuto rappresentare per i suoi occhi ciò che un essere oscuro e dotato di falce rappresenterebbe per quelli di un uomo. Il Clic e via insomma, sebbene comportante, nella gran parte dei casi, risposte rapide ed efficaci a situazioni relativamente complesse, qualora non sostenuto da un controllo razionale e rigoroso si accompagna a tutti i difetti peculiari di un pilota automatico. 

Giacché, com’è ben noto, è l’uomo generalmente poco avvezzo a far prevalere la ragione, con gli sforzi cognitivi necessari al suo esercizio, sul comportamento istintivo, intendere nel dettaglio i meccanismi che inconsciamente determinano l’operato umano si rivela capacità estremamente proficua nel caso in cui si abbia intenzione di sfruttarla, magari con fare truffaldino, a proprio vantaggio. Il potere generato dal possesso di tali conoscenze è tanto grande poiché reazioni automatiche e involontarie sono anche quelle che regolano per buona parte le relazioni interpersonali, nonché, nell’ambito dell’odierna tele-ipnotizzata società capitalistica e relativistica, gli acquisti e le preferenze elettorali. 

“Sua Emittenza” l’ex-Cavalier Silvio Berlusconi è probabilmente in Italia, quantomeno nell’arco delle ultime decine di anni, colui che più di ogni altro abbia saputo finemente avvantaggiarsi delle falle naturali del pensiero umano. Affacciatosi allo scenario politico in seguito al manifestarsi di congiunture storiche che, secondo l’opinione di una folta schiera di analisti, avrebbero potuto facilmente determinare un declino del suo vasto impero imprenditoriale, in un periodo molto breve in relazione ai tempi normalmente necessari a edificare la complessa struttura di una nuova forza politica e a rafforzare sufficientemente l’incidenza sulla società e l’elettorato della stessa, Berlusconi ha portato Forza Italia a percentuali di consenso elevatissime. Colui che fino ad allora era nulla più che un ricco magnate – sebbene certamente ben introdotto negli ambienti di potere di maggior influenza – riuscì nell’ardua impresa appena esposta impostando la sua intera campagna elettorale su paradigmi e strategie persuasive già ampiamente diffusi e sperimentati in ambito pubblicitario. L’alta frequenza di spot pubblicizzanti la sua famosa “discesa in campo” (espressione ben congegnata che venne utilizzata a mo’ di slogan, evidentemente rimandante in maniera inconscia, per analogia a quanto avviene nel mondo contadino o in ambito bellico, a concetti quali operosità e pragmatismo propri, nella fattispecie, dell’imprenditore stufo di una classe politica avvezza più a mascherarsi dietro lunghi giri di parole che a produrre fatti concreti) trasmessi dalle reti Mediaset, il continuo far leva su futili ma seducenti aspetti emotivi (il Popolo della Libertà, evoluzione lessicale di Forza Italia, già evocante, nelle parole, eterei scenari liberali, sarà in seguito definito “il partito dell’amore”) la cornice scenografica familiare, calda e ben curata di sue molte apparizioni televisive, l’aspetto eternamente giovanile e congelato in un rassicurante sorriso smagliante, nonché l’addurre il successo imprenditoriale come prova incontrovertibile di capacità di gestione della cosa pubblica, sono solo alcune delle sottili e proficue strategie comunicative utilizzate. 

Analogamente assistiamo oggi ad una clamorosa e persistente apologia mediatica a beneficio di Matteo Renzi. Sebbene l’attuale Presidente del Consiglio sia figlio di Tiziano Renzi, uomo vicino ad ambienti politici democristiani all’interno dei quali Matteo stesso ha militato, nonostante abbia già ricoperto gli incarichi di Presidente della Provincia di Firenze, di sindaco della stessa città e di dirigente di un partito appartenente allo stesso sistema che egli si propone di riformare, è presentato come un uomo in grado di innovare l’attuale struttura istituzionale in forza della giovinezza e della condizione di homo novus da lui presumibilmente possedute. Da notare è il sovente affiancamento, da parte di chi voglia tessere le lodi di Renzi, di espressioni “dinamiche” alla sua persona (ad es.: “Renzi accelera”, “Renzi tira dritto”, “Renzi va veloce”). La conseguenza, certamente consapevole, di tali scelte lessicali è appunto l’instaurazione, nell’immaginario collettivo, di un’idea giovane, dinamica e pragmatica del soggetto in questione. 

Neppure Beppe Grillo si astiene dal servirsi di tecniche che sfruttino gli inconsci e automatici meccanismi psicologici alla base del funzionamento della mente umana. Il costante tentativo di imporre una rigida dicotomia tra il Movimento 5 Stelle e il resto del mondo, ad esempio, è funzionale, per la logica dell’ “o con me o contro di me”, a rafforzare la partecipazione e il senso di appartenenza degli attivisti e degli elettori del movimento da lui fondato. Nell’odierno periodo storico, in cui le responsabilità dell’operato politico, per la stessa natura democratica dello Stato, sono più che mai a carico del popolo, è necessario anzitutto approfondire lo studio delle varie questioni che potrebbero influenzare la scelta del proprio schieramento, non limitandosi quindi a servirsi di un’informazione sommaria e ingannevole. Bisognerebbe poi istruirsi circa le tecniche utilizzate ai fini della persuasione, affinché si diventi immuni dalle stesse e si eviti il degenerare di polibiana memoria della democrazia in una mera oclocrazia.