La recente indagine aperta nei confronti di Claudio Descalzi, amministratore delegato di ENI, apre scenari inquietanti per gli interessi economici e strategici della politica estera italiana. Il colosso dell’energia, infatti, rappresenta una delle poche armi valide nelle mani della nostra nazione per condurre azioni sovrane negli scenari mondiali. Il nome di Enrico Mattei rimane scolpito, a distanza di decenni, come simbolo di una politica spregiudicata, indipendente e coraggiosa quale raramente abbiamo potuto apprezzare dal dopoguerra ad oggi. I suoi rapporti con i paesi arabi andarono al di là delle semplici relazioni economiche, arrivando fino al finanziamento di gruppi rivoluzionari e alla presenza di rappresentanti ENI presso partiti e formazioni armate di paesi africani, come l’Algeria. Un vero e proprio ministero degli Esteri. Il suo lascito resiste fino a oggi, e il tentativo di ricostruire una politica “matteiana” è stato lo slogan principale di Scaroni, predecessore di Descalzi.

Quest’ultimo è al momento accusato di aver incassato delle tangenti per una concessione petrolifera proprio in Africa, precisamente in Nigeria. La speranza è che l’inchiesta aperta dalla nostra magistratura non si trasformi in uno dei tanti boomerang che solo le toghe di casa nostra sanno mettere in pratica. Gli scandali di Tangentopoli, ad esempio, spianarono la strada alle privatizzazioni selvagge delle maggiori aziende dell’IRI. La demolizione di uomini politici come Craxi che, con tutti i loro difetti, rimanevano contrari alle svendite del settore pubblico apparve “chirurgica”. Lo stesso leader socialista e il suo collaboratore Massimo Pini ne parlarono a lungo nei loro scritti post- 92, come il tagliente libro I giorni dell’IRI. La storia di Antonio Di Pietro e il celebre incontro tra banchieri e uomini d’affari anglosassoni e italiani sul panfilo Britannia furono gli aspetti più pittoreschi della vicenda. Per tornare all’attualità, non si può non menzionare la recente inchiesta che ha coinvolto Finmeccanica, col risultato di fargli perdere diverse commesse importanti in India. Procedimento chiusosi poi con una beffarda archiviazione. Sia detto per inciso, Finmeccanica è azienda leader nell’aerospazio, nella difesa, nella sicurezza, nell’energia e nei trasporti civili, fondamentale per la proiezione estera del nostro paese. Nonostante qualche difficoltà economica, è un fiore all’occhiello dell’intelaiatura industriale italiana, e vanta ricavi importanti. Gli attacchi mediatici e giudiziari danno fiato alle trombe di chi vorrebbe che anche questi gioielli vengano privatizzati o “spacchettati”. Voci che sopratutto con il governo tecnico di Monti furono vicine a divenire realtà.

Al netto dei metodi poco ortodossi (per usare un eufemismo) spesso usati da queste multinazionali, e di teatrini quali quelli innescati sui mass media sul caso Descalzi (leggasi la ridicola intervista di Gad Lerner all’ AD e le repliche sul tema del Giornale o del Fatto Quotidiano), l’ENI rimane un’azienda di punta a livello mondiale. Un vero e proprio “braccio armato” italiano a livello geopolitico. Capace di coinvolgere all’incirca 90 paesi e 78.000 persone, e di essere la prima società per capitalizzazione a Piazza Affari, con un rendimento pari a circa il 6% annuo. La recente scoperta di uno dei più grandi giacimenti di gas in Mozambico che ha visto protagonista lo stesso Descalzi (una delle poche nomine decenti del governo Renzi) rilancia non poco il nome dell’azienda. In un continente in cui l’ente è operativo, tra gli altri, in progetti di esplorazione e produzione in Angola, Ghana, Gabon, Repubblica Democratica del Congo, Togo, Kenya e Liberia.

Rimanere competitivi in Africa è vitale, qui la Cina fa la voce grossa e le potenze europee aspirano a togliere posizioni strategiche all’Italia. Il recente intervento inglese e francese in Libia ha rappresentato l’azione più smaccata in questo senso. Dalla destituzione di Gheddafi nel 2011 ancora non sono finiti i problemi di approvvigionamento energetico per il nostro paese. E a questo proposito non si può non citare, come conclusione, il graffiante commento dell’economista di scuola marxista Gianfranco La Grassa: «In Francia dove gli ipocriti sono meno che in Italia si insediano vere scuole di guerra economica con le quali si aiutano le imprese a svolgere al meglio il lavoro sporco, in patria e fuori dai confini. In America idem. Da noi non c’è tempo per queste sciocchezze, vanno invece per la maggiore i corsi di indignazione e di sdegno per brava gente e moralisti del piffero che si specializzano in piagnisteo. Belpaese che vai idioti che incontri».