Non è facile raccontare Gerusalemme. Gerusalemme è forse, nel nostro tempo, la realtà più complicata del mondo. A Gerusalemme c’è la città vecchia, un dedalo di stradine tra le quali sorgono la Basilica del Santo Sepolcro, il Muro del Pianto e la spianata delle Moschee. Tutti e tre i monoteismi hanno una radice piantata nella terra in quel minuscolo spazio. E poi ci sono le altre Gerusalemme. C’è Gerusalemme Ovest, costruita dopo il 1948, (che viene ricordato nel mondo arabo come l’anno della nakba, la catastrofe) quando i soldati del neonato Stato ebraico sono arrivati a pochi metri dalla città vecchia senza prenderla. È una città moderna, con un tram, dei bei palazzi, e delle giovani ragazze che passeggiano in minigonna. Ma a Gerusalemme Ovest ci sono anche i quartieri ultraortodossi, con famiglie numerosissime in cui ci sono marciapiedi per gli uomini e marciapiedi per le donne. Quartieri che, per shabat, vengono transennati, per evitare che ci si passi in macchina. Apparentemente i trasgressori di questo precetto religioso vengono senza mezze misure presi a sassate dai religiosissimi abitanti.  Mea Shearim, il più famoso dei quartieri ultraortodossi, si trova lungo la frontiera del pre-’67.

 Oggi la frontiera è una larghissima strada con un tram nel mezzo. Basta attraversarla per trovarsi nel mondo arabo: Gerusalemme est, che comprende la città vecchia, è secondo il diritto internazionale territorio occupato, con un occupante israeliano e un occupato palestinese. Gerusalemme est apparteneva fino a quarantacinque anni fa alla Giordania. Nel 1967 i paracadutisti israeliani hanno preso la città vecchia e l’esercito ha occupato tutta la Cisgiordania. Questa guerra, ricordata come la naksa, la ricaduta, ha fatto ancor più male al popolo palestinese. È da allora che tutta la Cisgiordania è de facto sotto controllo militare israeliano. La Cisgiordania è infatti, secondo gli accordi di Oslo, divisa in 3 zone: A, B, C. Oslo, che è ricordata come una tappa nel processo di pace, che non ha mai dato frutti, è stata in realtà un grande errore politico per il popolo palestinese. Edward Said, il più famoso studioso palestinese, colui che ha teorizzato l’orientalismo, ha scritto chiaramente che Arafat ad Oslo ha firmato la resa del popolo palestinese. Ma per capire meglio è necessario spiegare questa divisione in A, B, C.palestina card

 Le grandi città sono zone A (Ramallah, Betlemme, Nablus, Hebron…). In queste zone i Palestinesi hanno il controllo civile e militare. È zona A il 17% della Cisgiordania. I villaggi e gli spazi intorno alle zone A, sono zone B. L’amministrazione civile è palestinese e il controllo militare è israeliano. Le campagne e le strade tra una città e un’altra sono zone C, ovvero controllate amministrativamente e militarmente dagli Israeliani. Cioè non è Israele, ma Palestina, tuttavia gli Israeliani hanno legalmente ogni potere su questi spazi. Questo significa che nel mio villaggio (zona B perché proprio sul muro) se succedeva qualcosa e si chiamava la polizia, gli agenti palestinesi dovevano venire da Betlemme (zona A). La polizia per venire doveva attraversare le campagne e usufruire della strada (zona C), quindi per arrivare doveva chiedere il permesso ad Israele per poter passare il check-point. Lo Stato ebraico, avendo un apparato di sicurezza efficientissimo, impiegava puntualmente 3 ore per dare loro il permesso. E la polizia arrivava sul posto 4 lunghissime ore dopo.

 Ed ogni volta, durante quelle 4 ore, tutti si interrogavano sul vero significato della parola Stato.

Falastin horra