I carri armati turchi fermi ormai da giorni al confine siriano, a pochi chilometri dalla cittadina di Kobane, sono il simbolo della velleità con cui il governo di Ankara ha deciso di opporsi all’Isis. Quella stessa frontiera da cui sono passati migliaia di combattenti europei, ceceni, libici per ingrossare le fila del Califfato, da giorni è a tal punto blindata da permettere il passaggio dei feriti da evacuare dalla zona dei combattimenti solo dopo estenuanti ore di attesa.1

Il neo-presidente turco negli ultimi anni ci aveva già abituato a una politica estera ondivaga e iperattiva ma il deflagrare del conflitto siriano, il contagio jihadista in territorio iracheno e l’implosione della Libia l’hanno spinto a scoprire le sue ultime carte. La sua radicale avversione al potere di Bashar al Assad – che l’ha portato a chiudere non uno ma due occhi su uomini, mezzi e armi dirette in Siria e a finanziare indiscriminatamente qualsiasi gruppo armato si opponesse al governo centrale (Esl, Fronte Al Nusra e Isis) – è giunta al parossismo di rimanere immobile ad assistere al massacro dei Curdi, piuttosto che fornire un aiuto indiretto al regime siriano. Nonostante le forti pressioni dell’amministrazione americana solo oggi il governo di Ankara – dal 1952 membro della Nato – ha concesso l’utilizzo della base aerea di Incirlik e di altre istallazioni militari al confine con la Siria alle forze della coalizione contro lo Stato Islamico. Dopo tre settimane di assedio la città curdo-siriana è sul punto di cadere: i miliziani islamici, dopo avere conquistato l’altipiano di Mashtah Nur che domina la città, hanno issato la loro bandiera nera nel quartiere di Maqtalah e sono penetrati in altre zone nell’est della città. Il piano di Ankara è fin troppo chiaro: sanno che i soli raid aerei non saranno sufficienti a sconfiggere gli jihadisti, ma per intervenire pretendono che l’operazione porti anche alla destituzione di Assad – come specificato dal premier turco Ahmet Davutoglu in un’intervista alla Cnn.2 Prendono tempo sapendo che tempo non ce n’è.

La strategia ambivalente di Erdogan da una parte cerca la pacificazione con il popolo curdo, mentre dall’altra ne osteggia fortemente la creazione di uno stato regionale autonomo. L’ostilità mai celata nei confronti dell’asse sciita – Teheran, Damasco, Hezbollah – espansa all’Irak grazie al fallimentare governo di Al Maliki, ha dapprima portato a una collaborazione proprio con quel Kurdistan iracheno che esportava il proprio petrolio senza l’autorizzazione dello Stato centrale tramite il porto turco di Ceyhan e alla fine delle operazioni antiterrorismo oltreconfine; ma la repentina sconfitta dell’esercito iracheno da parte dell’Isis e l’assurgersi dei Curdi a salvatori della patria agli occhi della comunità internazionale, hanno fatto ventilare la concreta possibilità della futura nascita di uno Stato curdo energicamente e politicamente indipendente. Stato che avrebbe inevitabilmente attirato a sé i resti del Kurdistan siriano – non più controllato da Assad – e dato nuovo slancio all’indipendentismo interno al paese. Così il ritorno dell’offensiva delle truppe di Al Baghdadi a nord e precisamente contro le enclavi curde sono un regalo gradito per la Turchia: la creazione di uno stato cuscinetto, frutto di pulizia etnica, che divida il Kurdistan in due zone ben distinte è ben più di quello che mai avrebbero potuto fare le truppe di Ankara. Il pericolo della secessione curda ha da sempre ossessionato le élite politiche turche che fino al 2008, con l’apertura del primo canale televisivo in curdo, hanno sempre negato la loro presenza come minoranza etnica. Incrociare le braccia lasciando i Curdi siriani al loro destino è la soluzione più facile per Erdogan, ma mette seriamente a repentaglio i nove anni di processo di pace con il PKK. Dal suo rifugio segreto nella zona montuosa di Qandil nel nordest dell’Irak Cemil Bayik, fondatore e comandante del Partito Curdo dei Lavoratori, ha tuonato contro l’immobilismo turco minacciando l’immediata ripresa della guerriglia se Kobane dovesse cadere nelle mani dell’Isis.3 La difesa della città di confine è nelle mani della YPG (Unità di Protezione del Popolo), un’affiliata del PKK, iscritta nell’elenco delle organizzazioni terroristiche da USA e EU. Per i Turchi sia l’ISIS che il PKK sono ugualmente organizzazioni terroristiche, tranne quando diventano preziosi alleati per destabilizzare scomodi vicini o per fare affari alle spalle degli sciiti.

1 http://tv.ilfattoquotidiano.it/2014/10/12/isis-curdi-esercito-turco-non-fa-passare-feriti-di-kobane-dal-confine/301097/

2 http://edition.cnn.com/2014/10/06/world/meast/amanpour-davutoglu-interview/

3 http://www.nytimes.com/2014/10/13/world/middleeast/kurdish-rebels-assail-turkish-inaction-on-isis-as-peril-to-peace-talks.html?ref=world&_r=0