La globalizzazione dell’indifferenza, come l’aveva chiamata il Papa già lo scorso luglio, si è sdoppiata nell’ipocrisia globalizzata. Dei 500 immigrati naufragati al largo di Lampedusa, due giorni fa, 151 sono stati salvati. 5 di loro non sono ancora fuori pericolo. 96 i morti. Tanti i dispersi in mare. Una strage che ha diviso la politica paneuropea come le due facce di Giano: da un lato chi loda l’azione siciliana dei salvataggi in mare, dall’altra chi rimprovera all’Italia di essere stata impreparata, da sempre o quasi, a gestire l’emergenza immigrazione. Della prima faccia, fa eco il Ministro Alfano: “all’isola di Lampedusa va dato il Nobel per la pace”. Un’isola, appunto, che sarebbe comunque più dignitosa di altri “meritevoli personaggi” vincitori ad personam.

Chi ha fomentato la primavera araba non può non sentire un richiamo della coscienza non solo per i tanti migranti annegati provenienti dal cono d’Africa (Eritrea, Libia e Siria su tutti), ma anche per quelli che l’Italia deve gestire e accogliere da sola, come i 463 stranieri, anch’essi siriani, arrivati mercoledì sempre a Lampedusa. I numeri sono isole di dolore attorno all’isola della morte come qualcuno la chiamava ieri mattina. 1350 persone accolte in un’isola che, per chi non la conoscesse, è un capolavoro siciliano di incredibile bellezza. Arsa dal sole, imponente e granitica nella sua nudità di sabbia e rocce bianche, è ripiegata nel mare cristallino del Canale di Sicilia. Quello che i giapponesi conoscono per i tonni pregiati. Perché di pesca si vive a Lampedusa, come in tutte le coste sicule, e non si è abituati a pescare cadaveri. Capita certo, come a Mazara, di pescare cadaveri per mano mafiosa, ma condicio sine qua non, le morti bianche non possono sommarsi a quelle “nere”. È una tragedia non voluta. Arriva la Kyenge che fa da eco al sindaco Giusi Nicolini che chiede a Letta “di venire a contare i morti”. I morti appunto. Al cimitero non c’è spazio, ma il popolo siciliano, amato e criticato per la sua accoglienza, organizza una “conta” e allora si trovano dei loculi subito al cimitero di Piana Gatta, ad Agrigento. Fuoco sulle polemiche. Fuoco su quella maledetta barca, troppo piena troppo vecchia per un viaggio come quello. E così si è fermata in mezzo al mare e per farsi avvistare si è deciso di bruciare una coperta alla meno peggio.

Ma il fuoco non brucia sulle polemiche solamente ma anche sull’olio e la nafta rovesciatisi sul ponte. È un inferno e in pochi minuti donne e bambini in mare e poi nell’abisso, nell’oscurità dei 50 metri del fondale che ora è per loro una tomba impietosa ma senza epigrafe. Dei superstiti lamentano di essere stati ignorati dai pescherecci vicini. Ma nonostante le controversie giuridiche che hanno visto in passato l’accusa ai pescatori locali rei di aver “favorito il reato di clandestinità” solo per aver provato a salvare questi poveri cristi, c’è anche la difesa alfaniana della veritas: Grazia Migliosini, la soccorritrice che tutti hanno visto piangere nei video dei tg, era proprio a bordo di una barca con degli amici pescatori che alle 5,45 del mattino hanno salvato ben 47 persone. Francesco Colapinto, 24 anni, rientrava da una battuta di pesca notturna con gli zii; ha avvisato la capitaneria e ha salvato 18 naufraghi. Basti questo a giustificare il Nobel alla pace. Ma anche no. Lampedusa ha visto morire negli ultimi 10 anni più di 6200 vittime. Tanto basti a rispondere all’altra faccia di Giano, quella che, dicevamo, ha criticato l’Italia.

Lo ricorda Nino Sunsieri nel corsivo pubblicato dal Giornale di Sicilia: non sono i siciliani a doversi vergognare! Mentre Bruxelles ammonisce che l’Italia non “è stata in grado di gestire un flusso che è e resterà continuo”. Condanna i rientri dei clandestini libici, condanna la gestione dei centri di accoglienza, ribadisce che “a causa di sistemi di intercettazione e dissuasione inadeguati” l’Italia si è trasformata in una calamita per l’immigrazione. Sono parole che vengono approvate all’unanimità dalla commissione migrazioni dell’assemblea parlamentare del Consiglio d’Europa, che ha bocciato tutte le misure prese in questi ultimi anni. E mentre un laconico Schultz ricorda agli Stati membri di “assumersi le proprie responsabilità” il ministro Alfano chiama la Malmstrom, commissario svedese, per invitarla a visitare di persona Lampedusa, questa, di primo getto, ammette “nessun Paese può risolvere questa questione da solo.” Tutti scioccati all’indomani della tragedia, ma tutti scioccamente indifferenti agli appelli d’aiuto passati del governo siciliano e italiano. Il “problema è vostro”, sembravano banchettare. Sembravano, appunto. Ma a Giano, capace di vedere il passato così come il futuro, sono sempre graditi nuovi sacrifici, premi Nobel a parte.