Il “sultano” Recep Tayyip Erdogan non è più un personaggio gradito al mondo arabo. La sua figura, quella di leader del medioriente, capace di instaurare un “modello” regionale di islam e democrazia all’indomani delle “primavere arabe”, sembra essersi appannata. Secondo uno studio realizzato dalla Fondazione turca per gli studi economici e sociali in sedici paesi della regione, i consensi verso la Turchia sono crollati vertiginosamente. In Egitto, ad esempio, dove nel 2011 i consensi verso Ankara erano altissimi ( l’84% della popolazione considerava la Turchia un modello), il crollo è stato repentino, complice l’appoggio di Erdogan al governo Morsi, suo alleato nell’asse sunnita con Qatar e Arabia Saudita.

Anche in Siria, dove prima della guerra civile circa la metà della popolazione considerava Ankara un paese amico e modello per il mondo arabo, ora, circa l’88% considera la Turchia un paese ostile. Ma come è avvenuto questo crollo verticale di consensi, per quello che molti occidentali hanno dipinto come un leader moderno, abile statista, l’unico in grado di portare “democrazia” al mondo arabo? La spiegazione può essere ricercata nella gestione della politica estera di Ankara. La dottrina “zero problemi con i vicini”, elaborata dalla mente del più scaltro ministro del gabinetto di Erdogan, Davutoglu, sembra ormai morta e sepolta sotto le ambizioni Neo-Ottomane, per altro mai nascoste, del sultano di Istanbul.

La dottrina Davutoglu, che aveva permesso al paese di diventare capofila nella costruzione di un’alleanza mediterranea di paesi musulmani sunniti, da poter contrapporre al nascente asse sciita tra Iran, Iraq e Libano, non ha resistito di fronte alla megalomania del premier. Eppure proprio nel periodo “zero problemi con i vicini”, la Turchia aveva raggiunto traguardi importanti in politica estera, aveva mostrato i muscoli con Israele, dopo l’eccidio della Mavi Marmara nel 2010, forniva un consistente appoggio economico alla striscia di Gaza, morente sotto le sanzioni. Con le rivolte nel mondo musulmano, qualcosa è invece cambiato, dal 2011 la dottrina Davutoglu si è trasformata diventando “zero amici tra i vicini”. Lo testimoniano il sostegno ai gruppi jihadisti nella guerra civile in Siria, l’appoggio all’ ex governo dei Fratelli Musulmani di Morsi in Egitto, e la rinnovata tensione con Teheran, Baghdad. Il neo-ottomanesimo di Erdogan, insomma, non ha confini, ha addirittura riportato in auge un conflitto dal sapore retrò come quello con Atene, che ha nella diatriba sul confine sull’Evros, uno dei  punti di accesso per i migranti in UE, e nella questione cipriota i suoi punti di discordia.

A pesare sul declino del primo ministro, considerato in passato uno dei giovani più promettenti di Turchia, capace di conciliare la sua discreta carriera da calciatore, con gli studi di economia, è però soprattutto la sua pessima gestione dei problemi interni del paese. Le accuse di islamizzazione silenziosa della società, da sempre fiera del proprio laicismo, la durissima repressione delle proteste di Gezi Park, la censura sulla stampa e gli arresti indiscriminati di giornalisti, oppositori e attivisti hanno fatto storcere il naso a più di qualcuno, anche a chi nel mondo arabo credeva di aver trovato in Erdogan un leader democratico, capace di dar voce alle istanze dei popoli mediterranei “oppressi”. Il declino del primo ministro però ha un significato maggiore che quello di un semplice offuscamento di una figura politica, significa il ridimensionamento della stessa Turchia, dal momento che nel paese, politicamente, esiste solo l’AKP, con i partiti di opposizione ridotti a percentuali ridicole e incapaci di proporsi come cambiamento e di cavalcare qualsiasi tipo di malcontento come accaduto in giugno, nelle proteste oceaniche che hanno fatto vacillare seriamente il sultano neo-ottomano di Istanbul.