Domenica scorsa a Bologna si è tenuta la Festa dell’Unità organizzata dal PD, quella festa fondata nel 1945 dal PCI di Togliatti per tenere uniti i comunisti e per finanziare il quotidiano del partito. Erano presenti gli esponenti dei partiti socialdemocratici d’Europa che compongono il Partito Socialista Europeo (il tedesco Achim Post, l’olandese Diederik Samson, lo spagnolo Pedro Sanchez e il francese Manuel Valls): la nuova generazione della sinistra liberale. Dei Renzi stranieri: quarantenni, riformisti, con la camicia bianca, che parlano di crescita, occupazione, giustizia sociale, che vedono come eterno nemico la destra e non più il capitalismo, l’austerità e non l’Unione Europea, il terrorismo e non l’imperialismo.

Questa generazione di pseudo-socialisti funge da ponte tra il passato socialdemocratico e il futuro completamente liberale: parlano di crescita, di democrazia, di solidarietà, di accettare i piani di Bruxelles, di femminismo, ma d’altra parte ancora si evincono retaggi culturali da post-sessantottini come un timidissimo saluto a pugno chiuso, il riferirsi alla folla con “compagni e compagne”, chiudere il discorso con “venceremos”. Proprio quel pugno chiuso che è simbolo da più di un secolo dell’ideologia comunista, dell’avanzata della classe lavoratrice, della sua progressiva presa di coscienza. Quel “venceremos” pregno di America Latina, di lotta contro l’imperialismo, inno del socialista filo-castrista Salvador Allende assassinato durante il colpo di stato di Pinochet manovrato dagli Stati Uniti, quel venceremos scritto su tutti i muri di Cuba dopo la riuscita della rivoluzione (“Patria o muerte, venceremos!”), proprio quella Cuba che oggi colpiamo di embargo per compiacere gli Stati Uniti.

Una generazione di liberali che si professano socialdemocratici, “rottamatori”, progressisti, anti-conservatori: europeisti di sinistra 2.0. I volti della sinistra liberista, della sinistra con l’elmetto della NATO. Se la prima generazione fu quella di Berlinguer e Spinelli, dell’idea del comunismo sotto l’ombrello della NATO, questa è la seconda: ma se qualcosa nasce storto non può morire dritto. Non se la prendano gli ammiratori di Berlinguer, ma volere il comunismo sotto la NATO è come andare a troie per farsi coccolare. Il serpentone metamorfico PCI-PDS-DS-PD, per ricordare Costanzo Preve, è iniziato proprio con questa malsana idea di Eurocomunismo. Almeno avevano a cuore la classe operaia, ciò non è discutibile, oggi neanche più quello.

Questa nuova generazione di volti nuovi, parole nuove, professa addirittura un cambio di cultura, di mentalità: un liberalismo non più solo economico ma anche sociale. E nel vederli tutti abbracciati con camicie bianche sbottonate ci mette su un piatto d’argento il paragone con le camicie nere. Oggi la violenza non è più il manganello e l’olio di ricino ma è economica, è praticata da spread, cessioni di sovranità, debito pubblico, MES. Il nemico politico non viene picchiato, la sede del suo partito non viene bruciata, ma gli oppositori (che ovviamente non sono i partiti di destra, ormai stretti collaboratori) vengono infamati su tutti i media schierati, gli si tagliano le gambe: o sei con noi o sei fuori. E poi l’immancabile culto del capo: certo non siamo ai livelli dei busti e delle statue di Hitler o Stalin nelle piazza, ma il giovane, bello, nuovo, fresco e vivace Matteo Renzi viene visto in Italia e in Europa come un leader, il suo operato viene elogiato da tutti i telegiornali e tutti i quotidiani, sia da quelli che si professavano di sinistra sia da quelli di destra.

Ma arriverà un giorno in cui dovranno fare i conti per aver tradito quell’ideale di cambiamento sociale che tempo fa la sinistra professava, quando era una vera alternativa al modello capitalista, per aver illuso migliaia di persone incapaci di attualizzare il proprio pensiero che oggi sono iscritti al PD perché trent’anni fa lo erano al PCI, per aver legittimato l’imperterrita avanzata del liberismo e missioni di pace. Il vento implacabile della storia spazzerà via decenni di calunnie, trasformismi, tradimenti e compromessi. O almeno così ci piace pensare.