Mentre a Sochi si giocano le Olimpiadi, a Mosca Putin infila l’ennesima “vittoria” in politica estera. Stavolta, il poliedrico ministro degli esteri russo, Sergej Lavrov, ha concluso un accordo economico, militare e strategico con l’Egitto, paese simbolo della “primavera araba”, ma che oggi, dopo tre anni, vive ancora una situazione al limite della guerra civile.

L’incontro è frutto di mesi e mesi di ammiccamenti reciproci, accordi bilaterali più o meno importanti, tutti finalizzati alla crescita di cooperazione militare. Già, perché il reale motivo che ha spinto il generale Al-Sisi, attuale reggente del governo egiziano, ad accettare le avances russe è proprio da ricercarsi nell’intricata questione degli aiuti militari. Fino alla scorsa estate, a rifornire l’immenso esercito egiziano erano gli Stati Uniti, alleati prima del generale Mubarak, poi del presidente Morsi, entrambi deposti dall’esercito dopo giorni di proteste di piazza. Con la riduzione degli aiuti militari, passati a 1,5 miliardi l’anno, decisamente pochi per le necessità del vastissimo esercito del Cairo, gli USA, si sono inimicati e non poco la nuova leadership dei generali. E’ stato allora che il governo egiziano ha cominciato a guardarsi intorno, accettando le proposte russe.

Del resto, quella di Mosca è una proposta che non può essere rifiutata, trattandosi di aiuti per 4 miliardi di euro. In cambio, l’Egitto, sarebbe disposto a mettere a disposizione “siti amici” e ad instaurare una profonda e forte cooperazione per i prossimi anni, anche sul piano strategico. Un ritorno al vecchio binomio URSS-Stati arabi, un trampolino di lancio perfetto per le ambizioni regionali di Mosca. Questa è l’ennesima vittoria della leadership russa, ormai arbitro delle vicende mediorientali, che ha scalzato di fatto la debole resistenza della confusa amministrazione Obama, un giorno fortemente interventista, l’altro attendista e rinunciataria. La Russia si sta riconquistando man mano il posto che le spetta tra i grandi. Per quasi vent’anni costretta a rigare dritto, a piegarsi ai diktat americani, complice il senso di colpa per la sconfitta dell’Unione Sovietica, in pochi anni è stata in grado di rialzarsi, mostrando i muscoli. Lo ha fatto egregiamente in più di una occasione, riuscendo, come accaduto in estate sulla questione siriana, ad evitare l’ennesima, inutile guerra imperialista. Il ritorno della Russia è sicuramente stato favorito dalla debole capacità decisionale del presidente statunitense, che dall’inizio del suo mandato non ha fatto altro che incassare sonore sconfitte nelle questioni di politica estera, apparendo spesso confuso e poco coerente con se stesso.

L’obiettivo di Mosca è adesso riconquistare credibilità, fiducia e consenso tra i vecchi alleati sovietici, come appunto l’Egitto. Il vuoto lasciato dagli statunitensi sembra essere fatto apposta per essere riempito dalla diplomazia russa. Instaurare una cooperazione forte con i paesi “dimenticati” e demonizzati da Washington, può essere di vitale importanza per le relazioni esterne di Putin. Ma non solo questioni strategiche e militari, la nuova Russia ha scalzato gli Stati Uniti dalla poltrona dalla quale negli ultimi dodici anni hanno dettato le linee della loro politica estera, quella dell’antiterrorismo. Dall’11 settembre 2001, la crociata contro il fondamentalismo islamico era più di un dogma per l’amministrazione americana. Dogma che si è andato affievolendo, sbugiardato dal continuo appoggio a formazioni politiche fondamentaliste, come i Fratelli Musulmani, dal sostegno incondizionato alle petromonarchie del Golfo, finanziatrici dei jihadisti di Siria.

La Russia, che da anni combatte il fondamentalismo ceceno, si è presa con prepotenza il compito di arginare il terrorismo internazionale, subendone a sua volta le conseguenze, come accaduto nell’insanguinata vigilia delle Olimpiadi invernali, con gli attacchi in simultanea nelle città del caucaso. Una Russia forte sotto tutti i punti di vista non può che giovare agli equilibri internazionali, in questi anni dominati dall’esclusivismo americano.