Era probabilmente l’esito più atteso, ma alla stregua paventato e meno auspicato; rappresentava il vettore nitido ed inequivocabile di quanto la cittadinanza del Vecchio Continente stesse uscendo allo scoperto e anelasse ardentemente che uno scossone imponente e da perpetuare per almeno un quinquennio desse l’indice della portata dell’attualmente drastica situazione socioeconomica in cui versa la stragrande maggioranza delle comunità territoriali dell’Unione. Ed il copione è stato filialmente e minuziosamente rispettato: la sacralità del principio risorgimentale di nazionalità, introdotto dal tedesco Johann Gottfried Herder, si pone ai vertici delle preferenze plebiscitarie e rientra prepotentemente nella scena istituzionale d’Europa, innanzitutto per la salvaguardia di un’esclusività assoluta e storiograficamente irripetibile, parafrasando il filosofo teutonico.

Tutto questo in barba ai disfattismi e alle sterili polemiche erte e fomentate dalle unità perbeniste e bigotte, votate al qualunquismo e ai pressapochismi e caduche di argomenti e blande di contenuti: i maître à penser dell’etica politica adducevano ad euroscetticità bieca e propagandista e a populismo becero, quelli de “il vento sta cambiando” e “non ci piegheremo alle volontà della Merkel e delle opprimenti istituzioni unioniste” – salvo poi non proporre né prima né tantomeno dopo delle misure attuative per slegarci dalla cancelliera. Castronerie e panzane di un obsoleto e stantio modus operandi di cimentarsi nell’arte della diplomazia retorica e dei virtuosismi linguistici, magniloquenti e poco efficaci e alla stregua di un’incancrenita visione della rappresentanza, dal canto chiaro e (mica tanto) sommesso dell’elettorato dei colletti bianchi: ciò spiega per quale ragione, ad esempio, il Partito Democratico abbia raggiunto una percentuale mastodontica di consensi e senza precedenti per la sinistra italiana nel trascorso repubblicano del Tricolore. L’altra faccia della medaglia però solletica ed evidenzia i clamori e l’abnegazione alla partecipazione elettiva della società civile, quella meno abbiente e fuori dalla frangia dei portaborse e cerchiobottisti di partito, ottenebrata dalle aspirazioni della partitocrazia nel conquistare le urne e famelica di riconquistare quella sovranità usurpata ed indebitamente avviluppata alle anguste e micidiali tenaglie dell’alta tecnocrazia lobbista, celata da una coltre di fasullo europeismo: ecco l’esemplificazione semplice e dettagliata del motivo per cui Salvini sia stato il candidato maggiormente preferito da Lampedusa a Bolzano. Perché se euroscetticismo significasse non colludere la propria accezione sociale, identitaria e nazionale con cancerogene e contaminanti logiche di comunitarismo bislacco ed asservito, allora rigogliosi ed impavidi dovrebbero garrire i cuori pregni di valori e sentimento degli ultimi baluardi in difesa di una bandiera e in astio con la sovranazionalità di Bruxelles, Lussemburgo e Strasburgo; parimenti se populismo, citando il militare argentino Juan Domingo Perón, fosse sinonimo di strenue ostentazione nella convalida del popolo depositario di valori totalmente positivi, probabilmente siamo in blocco radicati a questa disamina.

Sebbene il segretario della Lega sia l’unico gagliardo e trionfante superstite nostrano nella campale battaglia alla tutela delle tradizioni storico-culturali e trascendenti di un Paese, è altrettanto incentivante che personalità come la Le Pen, Farage, gli sciovinisti svedesi e quelli danesi possano scagliarsi irruentemente contro la burocrazia finanziarizzata dei Palazzi dell’UE, veicolata dal servilismo più infimo e dedito alle combutte bancarie lucranti, aguzzine e combinate coi poteri macabri e loschi del nuovo ordine mondiale; per l’imperitura consacrazione del cardine astrale, improfanabile ed intoccabile della nazionalità.