Il termine geopolitica è recente: fu lo svedese Rudolph Kjellén a utilizzarlo per primo, all’inizio del Novecento, per indicare la riflessione sulla politica, estera in particolare, in quanto condizionata da fattori spaziali e geografici. I primi pensatori geopolitici si rivolsero all’attore-Stato, cioè a quel monopolista della coercizione[i], valutandone la coesione interna, cioè la sua sintesi politica, e il contesto esterno, cioè le relazioni di incontro-scontro con altri Stati della scena internazionale.

A ragione, Yves Lacoste, nel noto saggio Che cosa è la geopolitica?[ii], definì questa disciplina «una serie di drammi […] e persino di tragedie». Essa è lo studio dei rapporti di potenza e delle rivalità di potere su uno spazio: in questo senso sconfina, tenendo fermo il fattore geografico, nell’analisi delle economie, delle ideologie, delle strategie militari, dei fenomeni migratori, della sociologia.

Se la prima geopolitica affrontava i rapporti di potere tra i vari Stati nazionali e i vari Imperi, la geopolitica recente e attuale deve tenere in considerazione l’ingresso nella scena di attori di altro tipo: non ci sono più Imperi, ma agli Stati si affiancano formazioni partigiane, gruppi terroristici, organizzazioni non governative, milizie locali irregolari, poteri internazionali (Organizzazione delle Nazioni Unite, Unione Europea, Comunità degli Stati Indipendenti, ecc.). Per avere un’idea dell’inflazione di attori che influenzano il gioco geopolitico, basta portare come esempio le 2.500 organizzazioni umanitarie che già nel 2004 operavano in Afghanistan[iii], in collaborazione o in conflitto con la International Security Assistance Force. Lungi dal voler tracciare una storia della geopolitica, ci limitiamo ad analizzare in breve la fortuna di cui la disciplina ha goduto nell’ultimo secolo.

La geopolitica, già praticata nei primi anni del Novecento, divenne popolare tra la prima e la seconda guerra mondiale, grazie al lavoro compiuto dalla scuola di Monaco sotto il direttore della rivista «Zeitschrift für Geopolitik», Karl Haushofer. In Italia, un gruppo di geopolitici si era radunato attorno alla rivista «Geopolitica», fondata da Ernesto Massi e Giorgio Roletto. Il secondo dopoguerra vide un calo, se non una scomparsa, dell’interesse verso la geopolitica. Se da una parte tale disciplina era legata a nomi compromessi con il nazionalsocialismo (compreso quello di Haushofer, suicidatosi nel 1946 per le accuse di connivenza con il regime hitleriano mossegli contro) e alle idee di conquista del Lebensraum (spazio vitale), dall’altra la spartizione del mondo era già avvenuta su un tavolo a Jalta, dove nel 1945 le potenze alleate decisero il futuro assetto del mondo. Il declino della riflessione geopolitica fu ben visto sia dall’Unione Sovietica – la quale, mettendola al bando come espressione del pensiero nazionalsocialista,  poneva in primo piano non il conflitto di potenza tra Stati, ma la lotta di classe–, sia dagli Stati liberaldemocratici, dacché la geopolitica avrebbe potuto fornire giustificazioni, in termini di rapporti di potere, alle azioni che l’Asse aveva compiuto, oscurando la retorica della lotta per la libertà e la democrazia che era stata la bandiera delle forze occidentali, Stati Uniti in primis, durante il secondo conflitto mondiale.

Nonostante il tacito rifiuto al riconoscimento della geopolitica quale disciplina degna di essere coltivata, le potenze Alleate, riacuendo lo scontro sulla direttrice «Est-Ovest», dovettero prendere decisioni essenzialmente geopolitiche: la formazione della Nato a egemonia statunitense per «tenere la Russia fuori dall’Europa», secondo la nota formula pronunciata dal segretario generale Lord Ismay nel 1956; la dottrina del containment, che attraverso pressione economica e militare teneva i partiti comunisti lontano dai centri del potere e tentava di accerchiare l’URSS attraverso l’aiuto di attori statali regionali; la pressione sovietica su Grecia, Turchia e Iran; il potenziamento delle marine militari; la riorganizzazione dei confini interni all’Unione Sovietica, volta a evitare conflitti etnici. Questi casi bastino a indicare come ogni decisione, legittimata con la lotta di classe, i diritti umani, le divisioni etniche e altro, sia sempre una decisione dai presupposti e dagli esiti geopolitici. Una potenza può rifiutare come ingannevole ogni giustificazione data all’intervento politico, tranne quella più propriamente geopolitica. Per fare degli esempi, si può ritenere che la recente annessione della Crimea alla Federazione Russa su base etnica sia stata giusto o meno, oppure che l’intervento umanitario della Nato in Libia sia stato utile più alla destabilizzazione strategica del Maghreb che a deporre il Comandante Gheddafi, o viceversa: in ogni caso, qualunque siano i motivi dell’intervento, non si può mai negare che si tratta sempre di decisioni geopolitiche.

 

[i] «Un ordinamento deve essere chiamato […] diritto, quando la sua validità è garantita dall’esterno, mediante la possibilità di una coercizione (fisica o psichica) da parte dell’agire, diretto ad ottenerne l’osservanza o a punire l’infrazione» (M. Weber, Economia e Società, trad. it. a cura di P. Rossi, Edizioni di Comunità, Milano, 1968, I, p. 31).

[ii]Y. Lacoste, Che cosa è la geopolitica?, «Limes», n. 4/1993 e nn. 1, 2 e 3/1994.

[iii]G. Vultaggio, Le relazioni fra le forze militari e le organizzazioni internazionali, governative e non governative, in area di operazioni, «Informazioni della Difesa», n. 1/2013, p. 12.