La riscoperta della geopolitica fu datata dalla scuola francese, Yves Lacoste in testa[i], nel 1978, anno in cui il Vietnam invase la Cambogia dei Khmer rossi, alleata della Cina (con cui il Vietnam coltivò un antagonismo secolare) e ambizioso attore regionale. Il conflitto di due Paesi comunisti non si poteva spiegare secondo la teoria della lotta di classe, ma rispondeva a logiche geopolitiche precise. Tale datazione sarebbe però da archiviare, perché tensioni tra due Paesi comunisti, l’Unione Sovietica e la Cina Popolare, erano già sfociate in conflitti, seppure di bassa intensità, allorquando nel 1969 si verificarono scontri armati lungo il fiume Ussuri, alla frontiera tra la Manciuria cinese e la Siberia sovietica.

Eppure Lacoste non ebbe tutti i torti. La riscoperta della geopolitica avvenne nel 1978, ma fu ristretta alla sola Francia, dove la notizia dell’invasione vietnamita della Cambogia fece riprendere gli intellettuali dalla sbornia marxista. Già nel 1976 la Francia aveva visto nascere la rivista «Hérodote», fondata dallo stesso Lacoste. Non è forse casuale che il viaggio di ritorno del termine “geopolitica“ negli studi della scienza politica europea partì dal Paese di Montesquieu, autore in cui è già rintracciabile un certo determinismo geografico.

Perché tale viaggio facesse tappa in Italia, si dovette attendere il 1992, cioè l’anno che decretò, con lo scioglimento dell’Unione Sovietica, la fine dell’ordine bipolare: gli Stati Uniti rimasero l’unica superpotenza mondiale. Il politologo statunitense Francis Fukuyama codificò il clima da “fine della storia”[iii] nel suo celeberrimo libro The End of History and the Last Man[iv]. La più importante rivista italiana di geopolitica, «Limes», fu fondata di lì a poco, nel 1993.

L’ultimo decennio del Novecento decretò la riscoperta mondiale della geopolitica, la quale fu impiegata come strumento di interpretazione di vari fattori: all’ordine di Jalta subentrò l’armonico disordine delle Nazioni, accompagnato dal riemergere degli etnonazionalismi e dalla difficoltà, per gli Stati Uniti, di «instaurare un “nuovo ordine mondiale”»[v] unipolare; il blocco sovietico si frantumò, permettendo la nascita della Comunità degli Stati Indipendenti; la balcanizzazione del mondo rese instabili i rapporti tra potenze; emersero nuovi attori internazionali, in continua crescita economica, come i Paesi del Sud-Est asiatico; gli Stati-nazione cominciarono a essere logorati dall’alto (cessione di sovranità alle istituzioni sovranazionali) e dal basso (regionalismo, localismi e tribalismi), oltre che da attori non statali a carattere religioso-fondamentalista, come le organizzazioni terroristiche, e economico, come le imprese multinazionali, la finanza e le agenzie di rating; i mezzi di informazione si trasformarono, a causa dell’avvento di internet; i modi di fare la guerra si modificarono, cambiando l’aspetto e le strategie delle Forze Armate.

 

[iv]F. Fukuyama, La fine della storia e l’ultimo uomo, trad. it. Rizzoli, Milano, 1992.

[v]C. Jean, Geopolitica, Laterza, Roma-Bari, 1996, p. 5. L’espressione “nuovo ordine mondiale” rientra nella terminologia scientifica geopolitica, sebbene abbia subìto degrado e perdita di significato a causa delle teorie complottiste, le quali però parlano di “Nuovo Ordine Mondiale” (con l’iniziale maiuscola), a indicare un presunto gruppo di potere mondiale. Qua vogliamo riferirci, invece, all’assetto geopolitico mondiale che gli Stati Uniti hanno ricercato dopo la fine dell’ordine bipolare.