La storia dell’Africa è sempre stata una storia tormentata, fatta di soprusi, genocidi e crimini di ogni tipo. Sin dagli albori, quest’immenso continente è stato depredato e minacciato dalle popolazioni “civilizzate” del nord del mondo. L’apice, come sappiamo tutti, si raggiunse nell’età moderna, con l’avvio dell’odiosa pratica della schiavitù e del colonialismo. Gli Europei che in breve tempo si spartirono il vasto territorio africano in lungo e in largo, portarono, anche il loro modello culturale. Fu così che nelle città del vecchio continente iniziarono ad apparire i primi uomini neri, chi per studiare nelle università, chi a seguito dei potenti schiavisti.

Le elites nere d’Europa, iniziarono a familiarizzare con gli autori contemporanei critici nei confronti dello schiavismo, fautori di ideali di uguaglianza e favorevoli all’autodeterminazione dei popoli. Fu così che divenne chiaro che gli europei colonizzatori, non erano poi tanto interessati al benessere e al progresso dei colonizzati, ma piuttosto erano ben attenti a distruggere la cultura e la tradizione nera, spesso troppo debole se confrontata con i potenti mezzi militari ma anche di promozione culturale degli occupanti. L’indipendenza della nazione nera non sembrava poi un obiettivo così lontano e irraggiungibile.

Nel periodo antecedente la prima guerra mondiale, vari intellettuali neri cominciarono ad interrogarsi su questioni che ancora ad oggi non hanno trovato una piena soluzione, come la lotta alla fame, alle malattie e all’analfabetismo, senza tralasciare l’obiettivo principale della loro azione, senza il raggiungimento del quale i problemi che affliggevano, e che tutt’oggi affliggono l’Africa, non potevano e non possono essere risolti. Bisognava salvare, promuovere la cultura africana, ridare dignità ai neri. A questo scopo nacque la parola “panafricanismo”. Partorita dalla mente di un avvocato caraibico, l’ideale si prefiggeva l’obiettivo di “protestare contro il furto di terre nelle colonie, la discriminazione razziale e discutere in generale dei problemi dei neri”. Inizialmente influenzati dagli ideali marxisti, i primi esponenti del panafricanismo americano, diedero vita a cinque diversi congressi, nei quali venivano trattati i temi dello schiavismo della discriminazione razziale e dei diritti dei popoli colonizzati. “Oggi esiste un’unica via d’azione effettiva – l’organizzazione delle masse”. Questo amavano ripetere i primi panafricanisti e la storia sembrò dar loro ragione, ad inizio anni Sessanta ebbe timidamente avvio quel processo chiamato decolonizzazione che in un decennio portò alla piena indipendenza quasi tutte le ex colonie. In realtà la decolonizzazione non trasformò la realtà del continente, l’indipendenza in molti casi fu solamente di facciata, gli europei restavano i veri padroni. Dove invece la liberazione avvenne in maniera reale, senza particolari problemi, gli Stati ex colonizzatori, iniziarono una campagna d’odio nei confronti delle neonate nazioni, colpevoli di aver sottratto agli europei alcuni tra i pezzi più pregiati della collezione.

Se il panafricanismo fu un processo perlopiù politico e che negli anni in realtà mutò la sua natura trasformandosi nell’Unione Africana attuale, la Negritudine fu un movimento prettamente culturale. Nato contemporaneamente al panafricanismo, ha le sue basi negli intellettuali francesi ed antilliani formatisi in Francia ai primi del ‘900.

La Negritude fu una vera e propria rivoluzione culturale. Per la prima volta veniva data importanza e lustro alla storia ed alla tradizione nera, significò liberazione dalla vergogna per il colore della pelle, liberò i neri dalla ghettizzazione nella quale erano stati gettati da anni di schiavismo e discriminazione. Per Leopold Sedar Senghor, la negritudine può essere paragonata ad Orfeo alla ricerca di Euridice, il nero che cerca se stesso, per risalire alle proprie radici, tradizioni, attraverso la storia, le sue trasformazioni e i suoi difetti. Il concetto fu però criticato da alcuni autori ed intellettuali neri come il premio nobel nigeriano Soyinka, che l’ha definita una “forma di resa alla mentalità del colonialismo”. Nello stesso periodo, gli anni Sessanta,  negli Stati Uniti cresce la protesta dei giovani neri delle enormi periferie delle metropoli americane. E’ il periodo di Martin Luther King, Malcolm X e delle “Black Panthers” (Pantere Nere). Sono anni violenti in un Paese profondamente razzista e dove le diseguaglianze la fanno da padrone, non a caso sia King che Malcolm X saranno entrambi vittime di attentati.

Da prendere in considerazione più del discorso e delle personalità di Martin Luther King, della quale tutto è stato detto, spesso a sproposito, è interessante approfondire la vita e il pensiero di Malcolm X, il “diavolo nero” come era stato soprannominato dai suoi compagni di cella al carcere di Charlestown già nel 1946. Forse nessuno come lui è stato odiato e allo stesso tempo amato da chi ha capito fino in fondo il suo progetto rivoluzionario. Messo in secondo piano dalla cultura dominante, considerato un violento, “un asociale con tendenze paranoiche” , come descritto dalla CIA, in realtà Malcolm X fu un vero rivoluzionario. Amava definire se stesso un “comunista” , cosa non facile nell’America figlia del maccartismo, era di religione islamica e sostenitore che la nonviolenza dei predicatori era roba inutile e funzionale solo al potere, roba da “negri da cortile”. Era in grado di centrare il nocciolo della questione con poche e semplici battute, come avvenuto il 10 novembre 1963, nella chiesa battista King Salomon di Detroit, dove pronunciò il suo discorso più riuscito, il cosiddetto “discorso ai quadri di base”. Fu durante questo comizio che teorizzò quel concetto di “negro da fatica” e “negro da cortile”, che mai forse come ai nostri tempi è così attuale, se si guarda alla nostra società dove l’ipocrisia e il finto buonismo spadroneggiano. Ipocrisia e finto buonismo che sono perfettamente riflessi nella decadenza della cultura e della società europea.

Se ne accorsero i ragazzi delle Banlieu parigine che nel 2005, si rivoltarono contro il modello di integrazione assimilazionista francese, che annientando le culture indigene degli ex colonizzati ha creato una enorme classe di sotto proletariato urbano, sfruttato, con l’illusione dell’uguaglianza e del benessere ma che in realtà è stato solo tenuto più ai margini della società. Basta dare un’occhiata alle statistiche sulla povertà in Francia per rendersi conto del fallimento del modello assimilazionista che invece che creare integrazione reale ha solamente creato nuove diseguaglianze. La critica dello status quo non si ferma solamente ai modelli di integrazione va bene oltre, e come spesso accade chi critica il potere ne rimane vittima, come accaduto a Kemi Seba, attivista franco-senegalese antisionista ed antimperialista. Nel 2006 a Seba vennero interdette le organizzazioni e movimenti da lui fondati, dopo esser stato accusato di razzismo dall’allora governo Chirac. Un nuovo Malcolm X, senza peli sulla lingua, critico nei confronti dell’establishment, che invece  di aprire realmente ai diritti dell’uomo, lascia che questo “cammini dritto nella trappola che questi demoni dal volto umano gli tendono”, e che invece di creare multiculturalismo ha creato una “società multi conflittuale”.