Dopo essere stati eroicamente vittime di nottate in bianco, i protagonisti dell’ultimo Ecofin sembrano essere riusciti a trovare un accordo per dare avvio a quel tassello mancante nel processo di armonizzazione economica europeo, l’unione bancaria. Trovare un’intersezione fra esigenze ed obiettivi diversi è risultato più complicato di quel che si potesse pensare.

Il premio al miglior attore antagonista del processo di unificazione del settore creditizio  è toccato alla Germania, più volte candidata a riconoscimenti per tale ruolo e non solo in ambito di unificazione bancaria. Ciò fa si che lo Stato tedesco è particolarmente esposto alle critiche dei media di indole europeista (tutti), e in modo ambivalente da chi è eurofobico.

 Nel valutare il ruolo della Germania in questa vicenda bisogna però analizzare bene le posizioni saldamente tenute dalla Merkel, evitando critiche a priori. La politica di Berlino in quanto fallimenti bancari si basa sulla granitica certezza che essi non debbano gravare in nessun modo sui contribuenti (tedeschi). Naturalmente più che una difesa della sfera patrimoniale del cittadino europeo è interpretabile come una difesa dei risparmi tedeschi dalle crisi bancarie degli Stati periferici

Procedendo in modo ancor più analitico, è lampante come tale visione coincida con una strenua difesa della sovranità nazionale: non è accettabile far pagare a cittadini di uno Stato la ricapitalizzazione di una banca straniera. Questa linea, tralasciando gli specifici interessi tedeschi, ha come diretto corollario un impedimento alla collettivizzazione delle perdite bancarie.

Peccato che, al fondo unico di risoluzione (SRF) con capitale di 55 mld- capitale versato da altri istituti creditizi – si potrà accedere solo dopo un bail in. Come al solito, parole straniere per confondere le idee su questioni cruciali. Per bail in si intende un salvataggio proveniente dall’interno, da obbligazionisti, azionisti o da depositi. Se vogliamo dirlo nella nostra lingua madre, vuol dire salvataggio tramite i risparmi dei clienti. Anche seguendo questa via, sono sempre i cittadini a pagare per una governance spregiudicata delle banche.

A pagare per il bail in saranno anche azionisti che non hanno voce in capitolo nel CDA, e che quindi non hanno la responsabilità di operazioni di investimento con esito  negativo. Inoltre, una banca di una certa dimensione acquisisce la convinzione che, in un modo o nell’altro, dovrà essere salvata. Tenendo conto del rapporto di proporzionalità diretta fra rischio e profitto, le banche saranno indirettamente incentivate a perseguire azzardi morali.

Il ragionamento tedesco è di tipo utilitaristico: a pagare per le perdite dovranno essere comunque i cittadini; ma è meglio colpire i risparmiatori, una parte dei cittadini, che l’intera cittadinanza. Ed è assodato che a pratiche vessatorie quali prelievo forzoso o chiusura degli sportelli non saranno sottoposti i risparmiatori tedeschi, ma quelli ciprioti. L’accordo appena raggiunto prevede la tutela solo per i depositi inferiori ai 100 000 euro.

L’assidua opera di mediazione che ha privato del sonno i Ministri dell’economia dell’eurozona ha delineato un modus operandi decisamente opinabile in materia di salvataggi: solo se i soldi provenienti dalla ricapitalizzazione interna non dovessero bastare  verranno elargiti quelli del fondo comune versati dagli istituti di credito. Prima si fa tappo con i soldi dei risparmiatori, e solo dopo con i soldi delle banche.

Inoltre,a livello di tempistica le asimmetrie fra gli Stati membri si acuiscono. Nonostante il rischio di un fallimento bancario sia onnipresente nella quotidianità, il meccanismo entrerà in vigore a pieno regime solo nel 2025. Nel frattempo si potrà richiedere la ricapitalizzazione al MES (il cui capitale è versato dagli Stati, e quindi dai contribuenti). Ciò vuol dire che, in caso di default di un istituto, le strade da intraprendere conducono tutte ad un vicolo cieco: far gravare i costi sulla cittadinanza.