A un anno  dalla strage di Newtown, il copione sulle armi resta sempre lo stesso negli Stati Uniti. E non basta certo la cerimonia in una sala piccola e anonima della Casa Bianca, con ventisei candele, in memoria dei venti bambini e i sei adulti massacrati da un ventenne armato fino ai denti, accese dal presidente e da sua moglie, a rendere giustizia a quei morti. Un anno fa Obama aveva promesso che tutto sarebbe cambiato, ma la realtà è che le promesse sono rimaste tali, come testimonia l’ennesimo assalto di venerdì scorso ad una scuola in Colorado.

Le armi uccidono e in America lo sanno bene, ma quello che forse fa più male è  l’ indifferenza e la debolezza delle istituzioni nella vicenda. Con un Senato diviso e in gran parte asservito a lobbies di ogni tipo, tra le quali quella delle armi è senza dubbio la più potente, seguita a ruota da quella delle assicurazioni sanitarie, sembra impossibile poter uscire da questa situazione. Del resto, come potrebbe essere diversamente se  dal 1990 ad oggi i senatori e membri del Congresso del partito Repubblicano hanno ricevuto ben 25 milioni di dollari dalla NRA e da altre lobbies delle armi? Dopo la strage dello scorso anno avevano suscitato orrore e indignazione le parole pronunciate dai portavoce della National Rifle Association, che avevano consigliato alle maestre di procurarsi fucili d’assalto per contrastare gli attacchi alle scuole stile Columbine, indignazione che però sembra essere scomparsa, poiché ad oggi meno della metà degli statunitensi si dichiara favorevole ad un inasprimento della legislazione sulle armi. A fare le spese dell’eccessivo potere delle lobbies e del liberalismo sul quale è modellato il discusso secondo emendamento della costituzione, che garantisce a tutti il possesso di un’arma, sono spesso adolescenti e bambini. Dal dicembre 2012 al dicembre 2013 sono ben 194 i bambini morti per colpi di arma da fuoco negli Stati Uniti, di questi, 103 per omicidio e i restanti 91 per “incidenti” di vario tipo. A questi dati allarmanti il presidente Obama aveva risposto con la “tolleranza zero”, ma le sue promesse si sono dovute scontrare con la realtà del Congresso e del Senato, dominati dagli interessi dei gruppi di pressione.

Come accadde per l’approvazione del Trattato sul commercio degli armamenti, promosso dall’Onu ma ostacolato con ogni mezzo da politicanti di dubbia moralità, che con una lettera ufficiale chiesero al presidente di rinviare la discussione dell’ATT, del resto in questo modo avrebbero bruciato ben 715 milioni di dollari di profitti realizzati dalla vendita e dal commercio di armi esportate. La questione delle armi è l’ennesimo fallimento dell’amministrazione Obama, gonfia di promesse ma povera di reali contenuti. La dottrina del presidente prometteva la messa al bando dei fucili d’assalto, ma ad oggi è ancora facile comprare armi in ogni luogo degli Stati Uniti, in molti stati, addirittura, non è necessario nemmeno un documento di riconoscimento per acquistarle, e anche i Narcos e i cartelli della droga messicani varcano il confine per fare scorte di munizioni.

Se ci aspettiamo che le cose possano evolversi in senso positivo, potremmo rimanere delusi, non sarà facile per il primo esportatore di armi al mondo frenare la produzione di una delle sue maggiori fonti di sostentamento. I primi a capirlo sono stati per loro sfortuna i familiari delle vittime della strage di Newtown dello scorso anno, che hanno preferito rimanere a piangere i propri morti gli uni vicino agli altri, evitando le passerelle istituzionali, consci che in questa realtà e con questo modello di società, negli Stati Uniti, sulle armi, non cambierà proprio niente.