Dalla vicenda di Ain Amenas si deduce che la Francia avrebbe interesse non solo ad appropriarsi del bottino maliano (diamanti, oro e uranio) ma anche di destabilizzare il governo di Algeri

Si è conclusa sabato con un blitz delle forze speciali algerine l’occupazione dell’impianto della British Petroleum da parte dei miliziani integralisti musulmani a Ain Amenas, nel sud-est del Paese. Il bilancio delle vittime rimane incerto. Finora su 132 stranieri provenienti da Stati Uniti, Regno Unito, Irlanda, Filippine, Giappone, Corea del Sud, Norvegia, Colombia, Francia e Germania, sarebbero stati ritrovati i corpi di 37 persone, mentre dei sessanta rapitori tre sono stati catturati vivi, 29 sarebbero stati uccisi durante l’assalto, 7 si sono fatti esplodere in aria con gli ultimi 8 ostaggi e gli altri sarebbero riusciti a fuggire. Dopo aver evitato l’estendersi di una “primavera araba” pilotata dall’estero, l’attuale presidente Abdelalziz Bouteflika deve adesso fare i conti con un conflitto, quello in corso tra la Francia di François Hollande e gli islamici del Mali, che rischia di destabilizzare il Paese rimettendo in discussione l’intero sistema politico-istituzionale. Il presidente algerino deve adesso proteggersi da eventuali nuovi tentativi di destabilizzazione architettati dagli islamici radicali presenti nella regione del Sahel e fomentati dalle operazioni anti-terroristiche delle truppe francesi.

Secondo alcuni analisti il fatto che il Quai D’Orsay, diretto dal ministro degli Esteri francese Laurent Fabius, abbia chiesto l’autorizzazione agli aerei “Rafale” di sorvolare il territorio algerino fino a far accettare le condizioni militari al presidente Bouteflika, sarebbe stata una trappola affinché gli islamici del Mali attaccassero con le loro operazioni terroristiche anche l’Algeria. E non è un caso, infatti, che proprio la settimana scorsa i miliziani integralisti abbiano preso di mira l’impianto petrolifero a Ain Amenas, a sud dell’Algeria, facendo di fatto il gioco dei francesi, che auspicavano una vendetta di questi ultimi contro il governo di Algeri. Da questa vicenda si deduce che la Francia avrebbe interesse non solo ad appropriarsi del bottino maliano (diamanti, oro e uranio in primis) ma anche a destabilizzare l’Algeria, un Paese che circa due anni fa era riuscito a neutralizzare la “primavera araba”. Tuttavia la domanda sorge spontanea: che interesse avrebbe la Francia nel destabilizzare una nazione all’apparenza ininfluente come l’Algeria?

Aldilà dei tormentati rapporti tra i due Paesi, l’Algeria è stata, in cinquant’anni di esistenza, forgiata da eventi estremamente decisivi che hanno consolidato una tradizione nazionalista e anti-colonialista (di conseguenza anti-imperialista). A partire dalla prima elezione “libera”, nel 1963, subito dopo la guerra di liberazione dai francesi che portò alla presidenza Ben Bella, fino ad arrivare al golpe militare di Houari Boumedienne nel 1965. Un’Algeria che negli anni della guerra fredda passò dal filo-sovietismo degli anni Settanta al non-allineamento nel 1986, fino ad accettare in parte, nel 1999, un politica estera atlantista (solo in parte, dato che il governo ha persino chiuso da più di dieci anni l’ambasciata israeliana ad Algeri). Proprio in quell’anno Abdelaziz Bouteflika fu eletto presidente del Paese per formare un governo di riconciliazione nazionale e mettere fine a una guerra civile durata otto anni (1991-1999) – tra i partigiani del Fronte Islamico di Salvezza (Fis) e i nazionalisti del Fronte di Liberazione Nazionale (FLN) – dovuta all’annullamento del voto che aveva portato alla sorprendente vittoria del Fis di Abbassi Madani alle elezioni politiche del 26 dicembre 1991. Un conflitto interno che causò più di 200 mila morti. Oggi il Paese ha saputo affermarsi al livello regionale con il suo esercito all’avanguardia, sia dal punto di vista numerico che tecnologico, portando avanti una vera battaglia contro il terrorismo. Abdelaziz Bouteflika, che governa da più di 12 anni l’esecutivo formato dal Fronte di Liberazione Nazionale, ha dichiarato esplicitamente e più volte di esercitare una politica ereditata dai padri dell’Algeria moderna.

Fonte: Rinascita