Il conto alla rovescia è iniziato. Mancano due settimane esatte al primo turno delle presidenziali francesi, ma il fervore pre-elettorale non erompe. Il clima risulta alquanto spento, come dimostra l’ultimo sondaggio realizzato da BVA per Orange, il quale ha evidenziato che il 24 per cento dell’elettorato francese non si recherà alle urne il 22 aprile, nonostante il voto sia considerato da quest’ultimo, “decisivo per l’avvenire del Paese”. Il fatto che la percentuale di astensionismo sia così alta, certifica il dissenso crescente dei francesi contro un sistema, “l’Umps” (la destra, l’Ump, e la sinistra, il Ps), che è ormai da rottamare. Tanti sono i candidati che si dicono portatori di un “progetto nuovo”, dal centrista François Bayrou (Modem), allo pseudo-insurrezionalista Jean Luc Mélenchon (Parti de gauche), dal neo-gollista Nicolas Dupont-Aignan (Debout La République), alla presidentessa del Fronte Nazionale, Marine Le Pen. Tuttavia, se i primi tre esponenti sono in fin dei conti considerati dei finti dissidenti politici, dato che hanno tutti ricoperto cariche istituzionali negli anni passati – come ministri, senatori o deputati -, l’unico movimento che non è mai sceso a compromessi con i vecchi governi è stato il Fronte Nazionale, fondato da Jean Marie Le Pen negli Settanta, e oggi presidiato dalla figlia, Marine che, in televisione venerdì si è definita la “sola alternativa possibile al sistema”.

Il rischio di astensionismo ha messo questa settimana in crisi i due grandi partiti del Paese, tanto che Nicolas Sarkozy ha presentato venerdì in extremis il suo programma elettorale. Un programma articolato sulle stesse politiche promesse (e non mantenute) nel 2007 quando venne eletto per la prima volta presidente della Repubblica francese. In netta difficoltà nel raccogliere i consensi necessari per cavalcare un’altra legislatura, Sarkozy sta giocando da un mese a questa parte la carta del populismo e della demagogia. Se prima aveva denunciato l’inefficacia dei trattati di Shenghen attaccando indirettamente il fenomeno dell’immigrazione, da lui stesso incrementata in questi ultimi cinque anni dato che i numeri relativi all’ingresso di clandestini nel territorio si aggirano attorno ai 200.000 l’anno, il presidente-candidato ha poi puntato il dito contro l’islamismo radicale dopo i fatti di Tolosa. Un islamismo radicale, tra l’altro, anche questo fomentato da lui. È noto ormai come il Qatar, Paese fondamentalista per eccellenza insieme all’Arabia Saudita, abbia investito Oltralpe cifre colossali, soprattutto nelle cosiddette “banlieues” (quartieri periferici) delle metropoli francesi.

Venerdì invece, quando Nicolas Sarkozy ha pronunciato dinanzi ai suoi elettori il programma presidenziale in caso questi ultimi lo riconfermassero, gli è sfuggita un’altra dichiarazione piuttosto eccentrica: “Se sarò eletto il 6 maggio, il mio governo rifiuterà di versare l’aumento dei contributi all’Unione Europea. La Francia congelerà quindi i contributi i modo tale da risparmiare 600 milioni di euro l’anno”. Parole sensate, ma non se dette da lui, alfiere dell’europeismo fino a ieri. Infatti è stata immediata la replica di Bruxelles, il portavoce di turno alla Commissione europea, Mark Gray, che ha affermato:”Non commentiamo le dichiarazioni fatte durante le campagna elettorali”. La sterzata anti-europeista di queste ultime settimane dell’attuale capo dell’Eliseo è una chiara manovra per calamitare gli astensionisti, oltre che per sedurre quella piccola minoranza dell’elettorato di Marine Le Pen, che considera la sua candidatura come un “voto inutile”.