L’avvento dell’Isis in Iraq e Siria con le sue migliaia di miliziani provenienti da diversi paesi dell’Europa Occidentale, primi tra tutti Francia, Gran Bretagna e Belgio, ha messo in allarme i servizi di sicurezza dell’UE che temono attentati da parte di simpatizzanti dello “Stato Islamico”. Seconde generazioni e convertiti che potrebbero essere pronti ad attaccare obiettivi sensibili nelle capitali europee, in nome del “Califfato”.

Vi è però un altro serbatoio di jihadisti in ebollizione, di cui però non si parla, forse perché ritenuto marginale e legato a un contesto, quello dell’Europa orientale, che potrebbe apparire non particolarmente pericoloso. Per molto tempo gli analisti hanno sminuito la presenza del jihadismo nei Balcani, ma i fatti hanno però dimostrato ben altro e un aprova la si è avuta con i recenti arresti in Bosnia e Kosovo; il rischio c’è ed è sotto gli occhi di tutti, con particolare attenzione alla Macedonia, una vera e propria polveriera che rischia di esplodere.

Arresti e scontri

Il 12 aprile 2012, in concomitanza con la Pasqua Ortodossa, cinque pescatori macedoni, Filip Slavkovski, Aleksandar Nakjevski, Cvetanco Acevski, Kire Trickovski, tutti tra i 18 e i 20 anni e Borce Stevkovski di 44 anni, vennero allineati e uccisi a colpi di arma da fuoco; una vera e propria esecuzione sommaria. Il fatto generò violente proteste da parte dei macedoni che accusarono immediatamente la minoranza albanese dell’omicidio plurimo.

Poco dopo vennero arrestati Agim Ismailovic, Fejzi Aziri, Haki Aziri, Sami Ljuta, Alil Demiri, Afrim Ismailovic (questi ultimi due estradati dal Kosovo) e dopo due anni è arrivato il verdetto, lo scorso luglio, da parte del Tribunale di Skopje: ergastolo per tutti e sei gli imputati, tutti giudicati colpevoli non soltanto di omicidio premeditato ma, come dichiarato all’inizio di giugno dalla PM Gordana Geskovska, anche di terrorismo volto a provocare scontri tra la maggioranza macedone e la minoranza albanese.

Venerdì 4 luglio 2014 alcune migliaia di manifestanti di etnia albanese hanno messo a ferro e fuoco le strade della capitale macedone per protestare contro il verdetto, costringendo la polizia a intervenire con gas lacrimogeni, spray urticanti e idranti. Immancabili tra i manifestanti le bandiere nere jihadiste con la shahada (la professione di fede) e il grido “Allahu Akbar”.

Non si tratta della prima volta che l’ideologia salafita di stampo jihadista si infiltra all’interno di manifestazioni di piazza in Macedonia; la prima apparizione risale al 2006, durante le proteste per i fumetti raffiguranti il profeta Maometto, pubblicati su un giornale danese. All’epoca, circa mille manifestanti si riunirono fuori della moschea Yahya Pasha di Skopje al grido “Allahu Akbar”, con le ben note bandiere nere; stessa scena anche a Tetovo. Secondo fonti dell’intelligence macedone, la maggior parte dei manifestanti erano giovani studenti, facili prede della propaganda jihadista finanziata dai paesi del Golfo.

La infiltrazioni jihadiste e il ruolo della Nato

Nel 2001, durante il conflitto macedone, vennero segnalati circa 500 mujahideen a combattere affianco dell’Esercito di Liberazione Nazionale (ELN) albanese, mentre nella regione di Kumanovo apparve un’unità denominata “Imran Elezi” che sotto certi aspetti poteva ricordare l’unità “El Mujahid” presente in Bosnia negli anni ’90.

Centinaia di altri mujahideen provenienti dai paesi arabi vennero poi segnalati, tra l’ottobre e il dicembre 2001, nei villaggi di Lipkovo, Otlja, Matejce e Orashje. Altri gruppi di mujahideen fecero ingresso nel paese dal Kosovo e si installarono a Bogovinje.Nel 2004, ben quattro anni dopo, esperti dello European Strategic Intelligence and Security Center rivelarono la presenza di circa un centinaio di jihadisti, legati a organizzazioni terroriste e operativi in territorio macedone.

Un elemento interessante è stato rivelato da fonti locali, secondo cui nel 2001 le forze di sicurezza macedoni non riuscirono a completare del tutto le loro operazioni contro i ribelli albanesi, perché bloccati dalle forze della NATO che ordinarono ai macedoni di cessare il fuoco così da aprirsi via libera nel salvare i rimanenti guerriglieri albanesi che oramai erano circondati dalle forze speciali macedoni. Ancora una volta dunque la Nato si schierò a favore di quella “minoranza albanese” non poi così puramente albanese, ma con evidenti infiltrazioni jihadiste.

La guerra delle moschee

I risultati dell’infiltrazione jihadista in Macedonia sono evidenti e a farne le spese sono in primis i musulmani moderati. Nel 2002 una tekke Bektashi di Tetovo venne invasa e occupata da alcuni estremisti salafiti dopo aver minacciato gli occupanti e nel dicembre 2010 un’altra tekke Bektashi venne data alle fiamme, tanto che la leadership sufi fu costretta a contattare le autorità statunitensi presenti in Macedonia affinché facessero pressione sul governo macedone per far allontanare i jihadisti. Nel 2005 un gruppo di imam di Skopje di ritorno da un matrimonio venne preso d’assalto da un gruppo di jihadisti armati, presumibilmente sostenitori di Zenon Berisha, ex mufti di Skopje, accusato di essere un esponente wahhabita.Nel 2007 le unità speciali della polizia macedone assaltarono la zona di Brodec e scoprirono un gruppo di jihadisti albanesi in possesso di una grossa quantità di armi da fuoco (mitra, fucili da assalto e di precisione, mortai), pronti per un conflitto di media durata. Le autorità trovarono inoltre materiale propagandistico e documentazioni dei mujahideen arabi.

Nel settembre 2010 presso la moschea Isa Beg il mufti Ibrahim Shabani, il segretario dell’IVZ Afrim Tahiri e il portavoce Skender Buzaku vennero trascinati fuori dalla moschea per mano di un gruppo di radicali legati al predicatore Ramadan Ramadani (già arrestato nel 2005 in Kosovo dagli americani ma tornato libero). Diverse moschee di Skopje, tra cui la Yahya Pasha, la Sultan Murat, Hatundzik e Aladja, passarono sotto il controllo degli estremisti.

Il comun denominatore wahabita

In Macedonia, così come in Kosovo e Bosnia, le varie ONG e organizzazioni caritatevoli, alcune delle quali legate ad ambienti wahhabiti del Golfo hanno svolto un ruolo fondamentale nel finanziamento del radicalismo.

La “Kalaya Shkup” è una ONG non registrata e forse la più misteriosa; non si sa esattamente quanti membri abbia e dove sia la sua sede ufficiale. Nel settembre del 2010 l’ONG invitò in Macedonia l’imam della Grande Moschea di Pristina, Sheqfet Krasniqi, arrestato a metà settembre del 2014 dalle autorità kosovare con l’accusa di aver sfruttato la propria autorità religiosa per aver attirato centinaia di volontari da diversi paesi europei per spingerli a trasferirsi in Siria ed Iraq al fine di battersi a favore del Califfato.

La Active Islamic Youth (AIO) venne invece fondata in seguito alla guerra di Bosnia da musulmani locali che combatterono assieme al noto battaglione “El Mujahid”. L’obiettivo della AIO è di “risvegliare” il sentimento religioso delle popolazioni locali, divulgando il radicalismo. Alcune fonti hanno rivelato che la AIO era finanziata dalla Al Haramain Foundation e i suoi fondi vennero congelati nel 2002.

La Al Haramain Foundation (AHF) ha sede a Jedda ed è estremamente attiva nel divulgare il wahhabismo in tutto il mondo, distribuendo materiale gratuito, costruendo moschee in tutto il mondo (tra cui i Balcani) e finanziando personale per la “dawa”. Sempre secondo fonti sarebbe stata una delle organizzazioni finanziatrici del battaglione “El Mujahid” in Bosnia.La International Humanitarian Islamic Organization (IIRO), nata in Arabia Saudita nel 1978, iniziò ad aprire i propri uffici all’estero soltanto un anno dopo.Nel 1990 la IIRO aprì anche nei Balcani con il nome “Igasa” e tra il 1992 e il 1995, assieme ad altre ONG, avrebbe fornito finanziamenti ai gruppi radicali nei Balcani per un valore di $350 milioni. Nel marzo del 1995 gli uffici della IIRO a Skopje vennero chiusi dalle autorità e i suoi membri espulsi dal paese.