Poter dimostrare lo stato attuale della Libia, Paese che è appena uscito da una guerra civile finanziata e sostenuta dalle potenze occidentali e dal terrorismo internazionale, sarebbe arduo compito. Tuttavia una serie di considerazioni del tutto oggettive risulta quanto meno di non troppa complicazione ai fini di una lettura che vuole essere veritiera per comprendere e poter rispondere ad una domanda di fondo che da tempo occupa la mente degli osservatori stranieri non invasati dall’imperialismo occidentale ormai dominante: questa guerra ha risolto il problema per cui era in origine sorta?

La Libia di oggi è una striscia di terra (principalmente la parte considerata costiera, in quanto l’entroterra, fin laddove lo Stato si estende, presenta sparuti agglomerati di tribù beduine rimaste fedeli per tutto il corso degli scontri al Rais) divisa in due zone occidentale (Tripolitania) e orientale (Cirenaica), al cui interno vi è la differente presenta di tribù etniche accomunate da una molteplicità di fattori che, se unita durante la guerra civile, oggi risulta in pieno fermento a causa dello sforzo di ciascuna di esse di essere presente (e quindi di avere un posto) nella Libia che verrà. Pertanto, questa terra si ritrova completamente divisa al suo interno senza alcuna unità se non quella delle varie tribù che, per i più sparuti motivi, hanno deciso di formare nuove alleanze affrancando quelle passate e viceversa.
Per contro, i finanziamenti esteri all’insurrezione rivoluzionaria e il sostegno militare ha causato una proliferazione di armamenti senza precedenti (per lo più leggeri, rientrante in una gamma entro i calibri medio-piccoli di pistole semi-automatiche fino alle mitragliatrici leggere cd. a spalla) presenti tutt’ora sul territorio e in mano alla “milizia rivoluzionaria”, l’analisi della cui composizione risulta rilevante ai fini di una comprensione maggiore.
Se infatti tale milizia è cosparsa su tutto il territorio e forte della “sua” personale vittoria contro il Rais, essa è composta (e divisa) tra militanti di matrice fondamentalista e islamista radicale, tra ex veterani dell’esercito e svariati reparti di ammutinati, tra mercenari assoldati e infine tra semplici cittadini professionisti che decisero di imbracciare il fucile e contribuire allo sforzo bellico.

Ebbene, se prima la milizia era unita ed accomunata dall’intento di eliminare l’obiettivo comune, oggi tale situazione, essendosi conclusa, è risultata del tutto alterata, contribuendo sia ad aumentare il livello di rischio nell’avere sul territorio una forza parallela a quella di polizia ufficiale che lotta per due obiettivi differenti (la prima matrice per l’imposizione di un califfato islamico, la seconda per una sorta di raccapezzata repubblica democratica post-bellica di stampo afghano) sia ad aumentare il livello di complicazione e difficoltà per la formazione di un futuro e nuovo Stato che ha intenzione di tagliare ogni ponte con il suo passato “dittatoriale” che il regime di Gheddafi ha rappresentato.
Sebbene, infatti, la milizia risponda agli ordini, ufficialmente, del CLN e del suo entourage, di fatto rimane una forza armata presente sul territorio senza un obiettivo ed uno scopo, per di più composta – per buona parte – da persone di “ceto medio” che hanno abbandonato la loro vita professionale e sono in cerca di una riabilitazione sociale e soprattutto lavorativa agli occhi della gente del suo stesso Paese.

Non considerando i problemi di ordine politico, infatti, si giunge repentinamente a quelli di ordine più sociale e culturale legati ai primi, vale a dire le ferite operate dalle guerra e tutt’ora non sanate, che intaccano lo strato più interno della società e non permettono così una riappacificazione (tra le varie etnie e i gruppi sociali esistenti) di cui il Paese ha estremamente bisogno per ritrovare la sua unità e costruire un suo percorso che erga una nazione in grado di sostenere se stessa.
A tal proposito, infatti, al contrario di quanto possa valere per altri Paesi limitrofi in simili condizioni (pensiamo alla Siria, la cui situazione – seppur drammaticamente peggiore – possa similmente paragonarsi a quella libica, ove la presenza di una milizia rivoluzionaria sostenuta dal terrorismo internazionale e dai  Paesi Occidentali cerchi di combattere rimuovere un potere divenuto scomodo ad entrambe le potenze), la Libia presenta una ricchezza vastissima concentrata nelle sue riserve di petrolio che permette al governo attuale e a quelli futuri di poter fronteggiare la maggior parte delle evenienze in maniera del tutto egregia.

Pertanto, sarebbe un’illusione giornalistica dettata da una moderna cultura occidentale sempre più propensa ad un modello di capitalismo imperialista ed aggressivo pensare che, rimosso un capo di Stato in forza ed in virtù di altissimi principi morali quali la democrazia e il senso democratico della giustizia, le libertà liberali e il conseguente liberismo economico (tutti fattori che, estremizzati, hanno portato gli stessi Stati che si auto incarnano, fieramente, gli esempi principali ad una crisi economica, sociale e sistematica senza precedenti), i problemi successivi troverebbero automaticamente e con facilità il loro posto e la loro soluzione. Purtroppo il cittadino medio occidentale ha bisogno di credere che il problema da rimuovere, da combattere sia all’esterno del territorio nazionale e una volta fatto, che esso si sia estinto con buona pace della politica e dell’alto senso di morale portato dai media internazionali: nulla di più distante dal vero. Se il infatti il sistema all’interno del quale sono inseriti gli Stati sovrani induce a pensare questo, in realtà è per, semplicemente, far credere che questo modo di soluzione sia quello migliore e quindi applicabile in seguito, e successivamente a distogliere l’attenzione sui problemi al cui interno tutti gli Stati d’Occidente sono internamente sprofondati.

Senza addentrarci in analisi ulteriori e maggiormente complesse, ma volendo solamente qui donare un breve spunto per personali approfondimenti e riflessioni, risulta evidente come, ancora una volta, l’imperialismo democratico delle potenze più grandi del mondo non abbia prodotto che confusione, strage e distruzione, per carpire il più possibile un vantaggio economico unitariamente ad un risultato culturale forse ancora più insidioso perché attaccante le masse di persone che in questo modo risolutivo credono e continueranno a credere.