L’interminabile diatriba sulle armi chimiche in Siria, si arricchisce di nuovi scenari. Il governo del presidente Assad ha annunciato che consegnerà le armi proibite in suo possesso, accettando la proposta russa volta a scongiurare l’intervento armato degli Stati Uniti. Le dichiarazioni del governo siriano, arrivano alla vigilia di quella che probabilmente sarà la settimana più infuocata, dal punto di vista diplomatico, dall’inizio della guerra civile, guerra civile che ha assunto ormai i tratti di un conflitto (quasi) mondiale.

L’attacco con armi chimiche a Ghouta, periferia est di Damasco, del 21 agosto scorso, ha portato allo scoperto le manovre statunitensi e dei suoi alleati, per ribaltare le sorti del conflitto in favore dei “ribelli”. Naturalmente senza alcuna prova, il premio Nobel per la pace, Barack Obama, ha accusato il governo del presidente Assad di aver ordito il massacro chimico stimando le vittime nell’ordine del migliaio. La mossa statunitense si è rivelata però un vero e proprio flop. In soccorso del premio nobel per la pace è giunto solo il guerrafondaio d’Europa, il presidente francese Francois Hollande, che, con una popolarità quasi a zero, ha risvegliato la mai sopita Grandeur, con l’aggiunta di quel finto umanitarismo, che ormai sembra essere entrato di diritto tra i principi dell’alleanza atlantica.

 A frenare le manovre da delirio imperialista franco-statunitensi è piombata la Russia, vera vincitrice, finora, della partita siriana. La diplomazia russa è riuscita, per ora, a scongiurare un attacco militare che sembrava imminente, grazie al lavoro del ministro degli esteri Lavrov, che dall’inizio del conflitto civile si è sempre espresso per una soluzione politica al problema. A confutare poi le dicerie americane sulle responsabilità del governo siriano nell’attacco chimico, sono arrivate le parole di esperti e anche dello storico belga Pierre Piccinin, rapito e liberato insieme all’inviato della Stampa Domenico Quirico. Piccinin, da tempo vicino alle posizioni dei “ribelli”, ha smentito le voci sulle responsabilità  del governo di Assad, dopo aver origliato, durante la prigionia, una conversazione tra generali anti governativi, che sostenevano che a provocare l’attacco chimico erano stati gli stessi “ribelli” per convincere l’occidente ad intervenire al loro fianco.

 Di fronte alle notizie di gruppi sanguinari allo sbaraglio, che hanno ormai perso qualsiasi ragione, come accaduto nella città cristiana di Maalula, dove i “ribelli” hanno assaltato, secondo fonti locali, chiese e monasteri, provocando numerose vittime civili, l’ONU ha scelto di intraprendere la via negoziale, in attesa anche dei risultati dei suoi ispettori, inviati in Siria per verificare se siano state usate armi chimiche. La partita si arricchisce ogni giorno di nuovi scenari, dopo le accelerate in senso negativo dell’ultimo mese. La stessa decisione del presidente Assad di consegnare le armi probite in suo possesso, ha colto di sorpresa la comunità internazionale ormai pronta ad uno scontro militare.

Il governo di Damasco ha però posto le sue condizioni per il disarmo: stop ai rifornimenti di armi alle forze jihadiste da parte statunitense, e basta minacce di attacco. Nella lettera inviata all’ONU, Assad ha poi nuovamente attaccato i paesi del golfo e la Turchia, rei di aver fornito armi, anche chimiche, ai terroristi che combattono contro il suo governo.

 Ma l’opzione militare per gli americani rimane in piedi, come ha fatto sapere il segretario di Stato Kerry, anche se un conflitto ad oggi non converrebbe a nessuno. Non converrebbe ad Israele, preoccupato di essere trascinato in una guerra dai risvolti imprevedibili e che potrebbe coinvolgere l’Iran, l’unico paese dell’area ad incutere seriamente timore al governo di Tel Aviv, non converrebbe a Teheran, che con il cambio di leadership spera di ottenere dai paesi occidentali qualche legittimazione per il proseguo del suo programma nucleare. Per ora, la guerra è congelata in attesa delle prossime mosse, a partire dal bilaterale di Ginevra tra Stati Uniti e Russia.