La Commissione Europea si mostra fiduciosa nei confronti del piano di risanamento messo in campo dall’Italia e soprattutto verso il nuovo esecutivo appena entrato in azione. Rispetto ai dati pubblicati che mostrano un lieve miglioramento a bilancio (2,9% nel 2013 deficit/Pil e un atteso 2,5% nel 2014 a fronte di un 3% l’anno precedente) la fiducia è buona parte basata sul fatto che il Governo – quasi dato per scontato – riuscirà a trovare un metodo alternativo per potersi finanziare al posto dell’Imu per la quale è prevista come sappiamo un’operazione di estinzione. Ancora una volta prima che il Governo italiano possa decidere la sua politica economica, l’Unione Europea ha già deciso per lei, anche perché non è altrimenti rintracciabile un altro modo per poter sostenere il risanamento dei conti e cercare di uscire dalla procedura per deficit eccessivo aperta nel 2009 dall’esecutivo comunitario.

Tralasciando ogni considerazione sul merito della scelta, sembra palese come nella situazione in cui si ritrova l’Italia sia impossibile procedere autonomamente nella scelta della propria politica economica, a meno che non si voglia creare un conflitto istituzionale o peggio ancora, un temuto danno economico dalla proporzione ignota. L’eventualità di un tale danno dovrebbe ormai essere scontata ai lettori più accorti, tuttavia non si dimentichi certo che il timore del danno supera il danno stesso di larga proporzione, ed è forse questo il fattore chiave che permette di lasciare un Paese come l’Italia senza sovranità non solo più economica, ma anche politico-economica.

La Commissione Europea non aveva però previsto una tale situazione, anzi stando alle sue stime l’Italia avrebbe dovuto toccare quota 2,1% alla fine del 2014 procedendo nella direzione voluta ben più celermente di quanto invece abbia fatto, usando misericordia e soprattutto buon senso prendendo la decisione di rimborsare “parte” dei debiti della PA e nei confronti delle imprese, molte della quali hanno già dichiarato fallimento dopo anni di disperata attesa di fondi mai arrivati.

Politicamente guardando, il risultato di Letta è del tutto positivo, tuttavia molto ambigua l’interpretazione, vale a dire è forse peggio dare fiducia ad un governo per un arco temporale di un mese al termine del quale, se non riportato valori conformi a quanto stabilito dalla CE, verrebbe di fatto surclassato dalle politiche della Troika per incompetenza, piuttosto che  porsi fin da subito in contrasto con quanto operato e messo in campo.