Xi Jinping è il nuovo presidente della Repubblica Popolare Cinese. Li Keqiang farà da primo ministro

Il Partito Comunista Cinese (Pcc) ha concluso questa settimana il rinnovamento dei vertici dell’apparato. Sulla scia del Congresso Nazionale svoltosi a novembre dell’anno scorso i 24 membri del Politburo (l’ufficio politico del partito) hanno nominato definitivamente Li Keqiang come premier e Xi Jinping come segretario generale del Pcc, il quale con i suoi otto consiglieri (membri del Comitato Permanente del Politburo) avrà la possibilità di modificare lo statuto e dettare l’orientamento politico-ideologico ed economico del governo. Mentre tra domenica e lunedì il Congresso nazionale del popolo (il parlamento cinese), ha ufficializzato con il 99,7 per cento dei voti il passaggio dalla quarta alla quinta “generazione” (gruppo dirigenziale formato, cresciuto e addestrato all’interno del partito).

Entrambi appartenevano alla vecchia generazione e sono cresciuti nelle file del Pcc, svolgendo incarichi di amministrazione politica, economica e militare. Xi Jinping faceva già parte del Comitato Permanente del Politburo (composto soltanto da nove membri) ed era vice presidente, mentre Li Keqiang, anche lui membro del Comitato Centrale, era il vice primo ministro.  Il nuovo leader “dell’Impero di Mezzo”, Xi Jinping è apparso già da qualche anno agli occhi dei tremila delegati presenti questi giorni al congresso come la giusta figura di mediazione tra la “Cricca di Shangai” e lo schieramento di “Tuanpai” (i due gruppi che si contendono l’egemonia del Politburo, i primi neo-maoisti, i secondi più “liberali”), mentre altri analisti lo hanno invece qualificato come “principino rosso”. Benché risulti essere addestrato, preparato e pronto a governare, Xi Jinping è accusato di aver avuto una carriera politica tutta in discesa in quanto figlio di Xi ZhongXun, mito della Lunga Marcia e fondatore del Partito Comunista Cinese. Ma aldilà di queste annotazioni, appare comunque evidente il fatto che i nuovi vertici seguiranno la scia dei loro predecessori (o meglio dell’apparato) con l’obiettivo di attuare le riforme economiche necessarie per riportare la Cina sulla strada della crescita dato che il Prodotto Interno Lordo è relativamente in calo dall’inizio del 2011. 

Il premier Li ha espresso durante il suo insediamento di avviare un programma di politiche tese a combattere la corruzione, ridurre le diseguaglianze di reddito e quelle tra città ricche e campagne arretrate, avviando programmi per pianificare l’urbanizzazione massiccia, con investimenti anche nelle zone interne più povere. Ma le sfide per la nuova governance cinese sono tante, tra queste ci sarebbero le questioni ambientali come ripulire aria, fiumi, città, devastate dalla crescita spaventosa di questi ultimi anni. E poi ci sarebbe la politica internazionale legata al ruolo fondamentale che la Cina deve giocare nella scacchiera geopolitica mondiale.  Ma la priorità sembra rimanere quella di proseguire per la strada tracciata dal presidente uscente Hu Jintao, ovvero “edificare una società armoniosa per via dello sviluppo scientifico”. La Cina sarebbe infatti allo stadio primario del socialismo e l’obiettivo per il 2020 è quello di una modernizzazione sociale con il raddoppio del reddito pro capite della popolazione urbana e rurale rispetto al 2010. Per poi giungere allo stadio finale, ovvero l’equilibrio fra un progresso economico senza limiti e l’attenzione alla povertà e all’ecologia.

Fonte: Rinascita