Il semestre europeo che andrà da Luglio a Dicembre 2014 vedrà come presidente l’Italia, e Matteo Renzi ha messo in chiaro in Parlamento quali punti vorrà seguire. Innanzitutto non è intenzionato a mettere in discussione la possibilità di sforare il tetto deficit/pil del 3%, così che, in cambio del rispetto di tale regola, l’Europa sarà più accondiscendente nell’accettare le proposte di Renzi. Una sorta di compromesso mascherato: noi rispettiamo le regole, però vogliamo le riforme. In realtà sforare il tetto del 3% causerebbe, secondo Saccomanni, un calo drammatico di reputazione dell’Italia con gravi conseguenze nei mercati internazionali. Ciò significa un aumento dello spread, e quindi una generale perdita di fiducia in Matteo Renzi. E la storia, quella di Berlusconi nel 2011, insegna che la carriera da presidente dipende fortemente dai pareri dell’Unione Europea. O, se vogliamo, dalle reazioni dei mercati.

Accenna ad una revisione del Fiscal Compact, da cui si potranno derogare i fondi per una crescita generale e, in particolare, per la ripresa di ciò che è rimasto delle piccole-medie imprese Italiane. Non si sfiora minimamente la parola MES, il fondo salva-stati, perché il vincolo di fondo è che ci sono cose che vanno lasciate inalterate. Ha poi parlato dell’immigrazione, affermando che il problema non dovrà essere soltanto Italiano ma dovranno collaborare tutti i paesi. Renzi non si chiede minimamente perché milioni di persone scappano dalle loro terre o perché queste sono in condizioni drammatiche. Vuole lasciare che il “turbocapitalismo”, al quale è strettamente legato il tema immigrazione, faccia il suo corso. Non parte quindi dall’analisi internazionale per poi giungere a quella nazionale: e ciò, dato il soggetto, è comprensibile e non affatto sorprendente. Ciò che emerge è quindi la più grande, se non l’unica, abilità di Renzi: comprendere il dissenso e attenuarlo con le belle parole e con “microcambiamenti”.

Negli ultimi anni, in particolar modo dall’avvento di Mario Monti, l’Unione Europea è stata vista sempre di più come un freno allo sviluppo e non come una possibilità. E sta aumentando progressivamente la coscienza di ciò che è in realtà quest’unione. Per questo serviva un presidente carismatico che rincuorasse la popolazione, che fosse  in grado di nascondere le ingiustizie con le belle parole, di mascherare il bastone con la carota. Si cerca quindi di attenuare questo generale calo di fiducia nell’Unione Europea con un presidente carismatico, giovane, che parla di crescita, che vuole andare in Europa a comandare e non a farsi comandare. Ma soprattutto un presidente che non alzi i toni e che lasci le cose sostanzialmente invariate, laddove invece andrebbero cambiate per prime.