In un nuovo intervento del Presidente della BCE, Draghi ha commentato gli ultimi sviluppi della situazione economica dell’eurozona e, su questo versante, ha affermato che le previsioni – forse speranzose forse no – sono e vanno in una direzione positiva, potendo prevedere un’uscita netta dalla stagnazione entro dicembre 2013 e una ripresa globale (limitata all’eurozona) della produzione.

Inoltre ha sostenuto che la BCE sosterrà questo processo il più possibile con quanto a disposizione, dunque operando sul mercato di finanziamento primario (e non marginale) e aumentando l’offerta di moneta sul mercato a pronti. Da questo punto di vista la visione di medio-lungo periodo risulta alquanto chiara, ossia di uno sforzo nel solco del sostegno a tutti gli Stati verso un accompagnamento graduale verso quella ripresa per gli Stati che non vi sono ancora giunti. Problema principale, tuttavia, è chiedersi se tale politica potrà essere utile, o meglio efficacie, per tutti gli Stati membri e, in secondo luogo, perché la Bce debba intervenire quando la ripresa possa prevedersi già in atto e non in un momento antecedente per avviarla, per renderla concreta sul piano fattuale.

Comprendendosi bene del resto la difficile posizione entro cui un istituto centrale debba regolare l’offerta e domanda di moneta – e soprattutto quali delicati equilibri questo possa comportare sull’indice di inflazione, tasso di interesse ed investimenti, oltreché l’occupazione in ultimo luogo – non apparirebbe quindi molto differente una differente linea politico-economica., sebbene le priorità per i governi centrali restino oggigiorno non tanto diversificabili, come il controllo dell’indice di occupazione e dell’offerta di lavoro.