Non sarebbe stato necessario scomodare il premio Nobel all’economia P. Krugman per un’affermazione tanto intuitiva se non fosse che, citando il Prof. Gailbraith e il Prof. Warren Mosler, i deputati (e persino gli stessi ministri del Tesoro) di economia capiscono poco o niente. Pertanto risulta così impossibile poter uscire da una crisi se gli unici destinati a farlo non ne hanno le competenze, o le uniche che hanno acquisito provengono da quelle scuole permeate da quelle teorie – neo liberiste – che la crisi l’hanno causata, quindi non pienamente attendibili a medio-lungo termine.

Tuttavia, tornando entro il discorso che Krugman ha pronunciato il 25 novembre scorso, si evince chiaramente come il tanto agognato “fiscal cliff” del Congresso americano non ha senso di esistere, così come il default di quei Paesi aventi sovranità economica e potere di stampa moneta in quanto saranno sempre nelle condizioni per poter pagare il proprio debito con la propria moneta entro i propri confini. Come spiega lucidamente il Prof. Warren Mosler, il modo col quale la Fed opera i pagamenti è un’operazione comprensibile con le prime nozioni di economia aziendale in quanto consiste nel modificare i parametri espressi in cifre dal conto di riserva al conto titoli (nel momento della vendita), e da quest’ultimo al conto di riserva nuovamente, allorquando la Fed paga i propri titoli coi rispettivi interessi. Quindi sostanzialmente è un problema di correzione numerica di conti virtuali entro gli stessi della Fed e dei Paesi acquirenti alla Fed (nel caso di titoli acquistati da Stati sovrani stranieri) o dei conti di riserva delle banche per i privati cittadini (i rispettivi conti che le banche hanno presso la Fed). L’analisi monetaria continua prendendo l’avanzo a decifit come strumento utile per evitare la tassazione e il taglio alla spesa causa di repentina recessione, posto che in un economia sovrana le tasse non servono per pagare la spesa pubblica bensì per regolare l’economia e gonfiare o sgonfiare la domanda aggregata, cioè il potere di spesa individuale.

Ecco perché, ricollegandosi alla teoria monetaria post keynesiana, il Prof. Krugman afferma che tutta la questione del fiscal cliff (vale a dire il default in cui incapperebbero gli Stati Uniti se superassero una certa soglia di debito pubblico) è un puro strumentalismo mediatico, un fenomeno di pura finziomne (phantom phenomenon appunto) un’arma politica con la quale poter condurre e continuare le proprie politiche economiche e quindi le collegate manovre di realpolitik. Chiamasi queste “frodi capitali” come il Prof. Mosler o in altri termini, la sostanza d’analisi non muta, poiché affrontando la questione sotto il profilo economico così si presenta, al di là di ogni strumentazione politica operata.

Per di più, i più avversi sostengono che in tal modo non vi sarebbero investimenti stranieri sui titoli di Stato esteri poiché un debito pubblico elevatissimo farebbe fuggire gli investitori, perdere la tripla A delle agenzie di rating e innalzare il differenziale sui titoli stessi: poco o male, in quanto in ogni caso credere che dalla tripla A dipende la salute dell’economia nazionale è surreale, così come credere che un Paese con potere di sovranità monetaria necessiti di vendere i propri titoli di Stato: questo poteva essere corretto in un sistema di Golden Standard il quale, fortunatamente, è andato estinto a metà degli anni ’60.

Discorso del tutto differente, invece, per la zona euro, i cui Paesi hanno spontaneamente deciso di sottoporsi ad un sistema di regole nel quale, a causa della combinazione duplice dei fattori quali l’impossibilità del potere di stampa moneta unitariamente ad un’impostazione del mercato e dell’economia neo-liberista, il debito è visto come un male quasi assoluto contro il quale predisporre tutta una serie di correttivi atti a evitarlo in qualsiasi modo,senza così comprendere quanto sia possa essere utile un suo utilizzo in termini ragionevoli (si guardi il caso del decifit del Giappone in rapporto al Pil).

Le attuali politiche si incentrano su una perfezione dei rendiconti al costo di tagliare spesa pubblica e inasprire la tassazione senza con questo poter permettere la crescita di domanda aggregata con la quale poter far fronte ai nuovi bisogni di spesa, quindi non lasciando un basso tasso di speranza per una crescita successiva, motivando con tesi di una futura maggiore prosperità in virtù della correttezza dei conti.

In tal modo non si comprende non solo come questo non è garantito né economicamente provato, ma soprattutto come il danno sia contingente e attuale, poiché la perdita in termini di disoccupazione, tagli alla spesa e elevate tassazioni si verificano nel momento presente e non in uno successivo a cui si sono delegati dei sperati effetti tutti da verificare e che, qualora anche si verificassero, sarebbero produttivi in una misura profondamente inferiore rispetto ad una politica economica che accettasse e riconoscesse il valore del debito e non pretendesse di interfacciarsi col mercato mediante lo stesso approccio di un fisico o di un matematico, come il credo della scuola neoclassica vuole.

Per approfondire sulla Moder Money Theory: http://moslereconomics.com/ , edizione italiana http://memmt.info/site/